Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 40.000 miliardi di dollari. Una cifra talmente grande da essere diventata quasi astratta. Si legge, si commenta per qualche minuto poi torna al suo posto nella grande contabilità delle cose enormi e inevitabili. Apparentemente inevitabili.
Se un altro Paese avesse accumulato un debito simile in rapporto alle proprie dimensioni economiche e continuasse ad aggiungervi deficit di queste proporzioni, i mercati avrebbero probabilmente già trovato il modo, che raramente è gentile, di ricordargli che la fiducia è una materia prima piuttosto volubile. Il confronto più comodo è quello italiano con i suoi circa 3.200 miliardi di euro (3.700 miliardi di dollari al cambio attuale) che costituiscono circa il 140% del PIL e una crescita lenta e stanca. Dato che la nostra economia ha una scala di 1 a 10 rispetto a quella nordamericana si potrebbe pensare che tutto sommato stiamo nella stessa situazione. Ma le differenze con gli Stati Uniti sono enormi.
Washington può permetterselo perché si finanzia nella valuta che resta il riferimento del sistema monetario internazionale. Il loro debito continua a essere acquistato, i Treasury non sono soltanto debito. Per la profondità e la liquidità del mercato americano vengono utilizzati in tutto il sistema finanziario mondiale come attività sicure e come garanzia nelle operazioni finanziarie. In questo senso, il debito americano svolge una funzione che nessun altro debito sovrano esercita su scala comparabile. Questo non significa che il problema non esista, ma spiega perché, fino a questo momento, Washington se lo sia potuto concedere.
Tanto che il debito americano rappresenta il 34,3% del debito pubblico del pianeta, secondo le stime del Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale, con il 24,5%, rilevato a febbraio 2026, in mano a investitori stranieri. Il resto del mondo ha letteralmente comprato la centralità americana. Una diga che si tiene in casa non perché si ami l’acqua ma per paura dell’alluvione. Grazie a questo Trump esercita un’influenza sul sistema finanziario globale che nessun altro possiede. Il debito italiano, contratto per la maggior parte a livello nazionale e comunitario, è una questione centrale per la stabilità finanziaria dell’area euro.
Dietro quei quarantamila miliardi non c’è una sola amministrazione, né una sola scelta politica. Ci sono le guerre, la pandemia, i tagli fiscali, la spesa obbligatoria, l’invecchiamento della popolazione e una tradizione ormai consolidata a rimandare qualsiasi correzione strutturale a un momento successivo, naturalmente a carico di qualcun altro. Una bella collezione di fattori certamente non imprevedibili.
Donald Trump ha trascorso gli ultimi anni a contestare accordi, organizzazioni e meccanismi multilaterali; a usare dazi e sanzioni come strumenti negoziali; a chiedere agli alleati di pagare una quota maggiore della propria sicurezza; a trattare rapporti che per decenni erano stati considerati alleanze politiche come relazioni nelle quali costi e il rendimenti vanno ricalcolati.
Immaginare che tutto questo sia stato progettato per risolvere il debito americano, assegnerebbe all’amministrazione una capacità di calcolo della quale non c’è riscontro. Sarebbe anche un piano piuttosto fantasioso e se Washington avesse davvero trovato il modo di far ripagare i suoi 40.000 miliardi agli altri Paesi, Trump lo avrebbe già stampato su un cappellino da baseball. “Stars, Stripes & Your Money.”
Gli Stati Uniti non ha bisogno di ridurre immediatamente il debito. Devono solo trovare qualcuno disposto a finanziarlo sperando che il costo di quel finanziamento rimanga sostenibile. Il debito americano è anche una questione di potere che si rinnova tacitamente di anno in anno come una polizza assicurativa con premio in aumento.
Per decenni gli Stati Uniti hanno sostenuto una parte enorme dei costi dell’ordine internazionale, sicurezza delle rotte, presenza militare, rete delle alleanze, istituzioni costruite nel secondo dopoguerra. Di contro ne hanno ricavato vantaggi economici, finanziari e strategici. Tutto questo faceva parte di un sistema nel quale gli USA occupavano la posizione centrale anche grazie al dollaro, ma oggi si trovano di fronte a concorrenti reali. Oggi Washington deve conservare una posizione che per decenni ha potuto considerare quasi naturale.
Fuga dal dollaro o fuga di dollari?
Gli Stati Uniti restano la principale potenza mondiale, ma non possono più dare per scontato che il resto del pianeta accetti senza discutere l’ordine costruito attorno a loro. La Cina è diventata un concorrente sistemico. Le economie emergenti hanno acquisito un peso che non avevano trent’anni fa. L’Europa continua a essere economicamente gigantesca, anche quando politicamente riesce nell’impresa di comportarsi come se non se ne fosse accorta. Le banche centrali e i governi cercano, con tempi diversi e risultati ancora modesti, di alleggerire alcune dipendenze.
Parlare di fuga dal dollaro resta un’esagerazione. La valuta americana rappresenta ancora circa il 57% delle riserve ufficiali mondiali, mentre l’euro si ferma intorno al 20%. Il vantaggio americano rimane enorme. L’euro, però, conserva un ruolo importante nei mercati internazionali del debito e la discussione sulla diversificazione delle riserve non appartiene più a un ristretto circolo di teorici della fine dell’impero americano. Questo processo non ha bisogno di produrre una rivoluzione per diventare rilevante, basta poco. Per molti Paesi abbandonare il dollaro non è oggi una possibilità realistica, ma è sufficiente che una parte delle riserve venga progressivamente diversificata e i mercati finanziari alternativi crescano.
L’Europa sta lentamente costruendo strumenti comuni, più adeguati alle dimensioni della propria economia, che fino a pochi anni fa sarebbero stati politicamente difficili perfino da immaginare ad iniziare dal debito europeo per finanziare investimenti comuni.
Per Washington, che deve continuare a collocare quantità enormi di debito, anche spostamenti graduali meritano attenzione. Trump governa dentro questa trasformazione. La sua risposta si legge con chiarezza: non rafforzare le vecchie forme del multilateralismo, ma usare con maggiore aggressività gli strumenti che gli Stati Uniti possiedono già. Ai partner si chiede di contribuire maggiormente al mantenimento del sistema dal quale tutti ricavano benefici.
Difesa: chi paga cosa?
La richiesta che gli alleati europei aumentino la spesa per la difesa non nasce con Trump e ha anche fondamento. Per anni Washington ha denunciato una distribuzione squilibrata dei costi dell’Alleanza. Trump ha semplicemente eliminato gran parte del linguaggio diplomatico che circondava la questione e ha trasformato quella richiesta in un punto fisso del rapporto politico. La pressione americana, insieme alla guerra in Ucraina e al mutamento del quadro di sicurezza europeo, ha spinto gli alleati ad aumentare la spesa e ad assumere impegni molto più ambiziosi rispetto al passato.
La logica dietro al cambiamento è che se l’Europa vuole essere protetta, deve essere in grado anche di proteggersi. Per contare, deve possedere strumenti militari, industriali e finanziari adeguati. Questa conclusione è stata ripetuta agli europei per anni senza produrre conseguenze sufficienti, ma è bastato che l’alleato più importante diventasse anche il più imprevedibile perché il problema acquistasse improvvisamente una certa urgenza.
Washington incassa così due risultati immediati: riduce il peso relativo che la sicurezza occidentale esercita sulle proprie risorse e mantiene la propria posizione al centro dell’architettura di difesa. Gli europei spendono di più, e una parte consistente della spesa serve per acquistare sistemi d’arma, tecnologia e capacità strategiche, e torna indietro come export verso gli Stati Uniti che sono ancora in grado di fornirli in misura superiore a chiunque altro. Un circolo in cui sono anche maestri nell’approfittare delle conseguenze impreviste che la politica estera produce trasformandole, in un secondo momento, in strategia.
Toghe e dazi
Il protezionismo di Trump viene generalmente raccontato come una forma di ritorno al nazionalismo economico. I dazi servono anche a modificare il terreno della trattativa. Washington può imporli, minacciarli, sospenderli, aumentarli o usarli per ottenere concessioni. Diventano una leva nei rapporti con partner e concorrenti, spesso al di fuori della logica più prevedibile dei vecchi accordi multilaterali.
Naturalmente gli altri paesi possono reagire imponendo contromisure, diversificando in altri mercati. Ma la simmetria formale dei diritti non compensa l’asimmetria dei pesi se uno degli interlocutori possiede il mercato più grande del pianeta e la sua capacità di rendere costosa una decisione altrui è inevitabilmente superiore.
L’offensiva americana contro la Corte penale internazionale mostra in modo particolarmente netto come Washington applichi lo stesso metodo con le istituzioni. Gli Stati Uniti non sono parte dello Statuto di Roma. Non stanno quindi uscendo da un trattato dal quale abbiano deciso di ritirarsi, ma contestano l’autorità della Corte e cercano di impedirle di esercitare una giurisdizione che Washington considera incompatibile con la propria sovranità e con la protezione dei propri alleati, come dimostrano le sanzioni nei confronti della presidente e il procuratore della corte.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha inoltre confermato l’intenzione di spingere altri Paesi a lasciare la Corte. Il ritiro di Venezuela e Ciad è avvenuto mentre l’amministrazione americana intensificava la propria campagna contro la Corte e cercava di convincere altri Stati membri a fare lo stesso. La coincidenza non dimostra che sia Washington a determinare quelle scelte che restano decisioni di stati sovrani. Attribuirle automaticamente a Washington significherebbe sostituire un’analisi con una caricatura.
Il contesto, però, esiste. Alcuni governi possono condividere autonomamente le critiche americane, altri possono cogliere l’occasione per liberarsi di un’istituzione che considerano scomoda, altri ancora devono valutare il prezzo di una rottura con la Casa Bianca. Le motivazioni possono sovrapporsi. La sovranità non è un interruttore che si accende o si spegne. Gli Stati prendono decisioni dentro rapporti di forza che possono contare più delle regole formali alle quali, almeno sulla carta, sono vincolati. Un’organizzazione multilaterale costringe una grande potenza ad accettare, almeno formalmente, l’esistenza di regole comuni e di altri soggetti capaci di influenzarne l’applicazione. Nei rapporti bilaterali la sproporzione torna a essere visibile nella sua forma più semplice.
La geografia del margine
Per i paesi dell’ex Europa orientale la Russia è un vicino insidioso che ha già bussato alla porta. Polonia e Stati baltici stanno rafforzando le proprie capacità di difesa grazie alla deterrenza estesa americana e ai nuovi strumenti comuni offerti dall’Unione Europea. Per trent’anni l’est europeo è stato il principale beneficiario dei trasferimenti di coesione dell’UE, centinaia di miliardi per infrastrutture che indirettamente hanno costituito lo stato che ora può spendere in difesa, naturalmente nel supermarket d’oltre oceano.
Ma nessun esercito europeo sostituisce dall’oggi al domani intelligence, deterrenza nucleare, logistica e trasporto strategico americano. Niente amore in questo caso. Si paga in allineamento e si riceve in sicurezza fino a quando la minaccia resta la stessa e la stabilità un miraggio. È il paradosso di ogni protezione in vendita: il cliente perfetto è quello che ha sempre appena abbastanza paura da restare cliente.
Giappone e Corea del Sud vivono una dipendenza analoga su scenari diversi: la presenza americana nell’Asia orientale regge l’equilibrio con la Cina e con un regime nordcoreano che tratta i test missilistici come altri trattano gli auguri di compleanno. Tokyo e Seul possono aumentare l’autonomia, diversificare, costruire partnership nuove, ma il rapporto con Washington resta la trave portante della loro sicurezza, e le travi portanti che è meglio non toccare.
Riyad e Abu Dhabi hanno più margine di manovra. Hanno imparato a muoversi tra Stati Uniti, Cina, Europa e altre potenze. Non sono più clienti esclusivi di Washington e non intendono tornare a esserlo. Proprio per questo il rapporto è diventato più complesso: gli Stati Uniti conservano una capacità di pressione enorme, ma devono fare i conti con interlocutori che dispongono di risorse finanziarie, energetiche e diplomatiche sufficienti per cercare alternative.
I più vulnerabili restano gli Stati piccoli, fragili, indebitati o isolati. La loro sovranità è perfettamente reale, solo che ha un prezzo, e quotidianamente qualcuno lo verifica. Per loro una sanzione, la perdita dell’accesso a un mercato o l’interruzione di una cooperazione finanziaria possono cambiare rapidamente l’equilibrio politico. Anche in questo caso non si tratta di obbedienza automatica. Esistono governi disposti a pagare prezzi molto elevati pur di mantenere la propria linea. Ma più le alternative sono scarse, più la libertà di scegliere diventa costosa.
Moltiplicare per zero
L’Europa rappresenta il caso più interessante perché possiede, almeno sulla carta, la massa necessaria per non appartenere a nessuna di queste categorie. L’Unione europea non è un piccolo Stato dipendente da Washington. Se agisse come un soggetto politico ed economico unitario, avrebbe dimensioni sufficienti per negoziare con gli Stati Uniti senza assumere il ruolo dell’allievo convocato nell’ufficio del preside.
Il problema è che l’Europa continua a essere molto più unita quando produce regolamenti che quando deve esercitare potere e prendere posizione. Dispone di un mercato enorme, di una moneta internazionale, di un sistema industriale ancora rilevante, di capacità scientifiche e tecnologiche importanti. Manca però una struttura politica capace di trasformare tutto questo in una linea coerente.
La risposta europea alla pressione americana non può essere la rottura con gli Stati Uniti. Non sarebbe realistica e non avrebbe alcun vantaggio. La relazione transatlantica rimane fondamentale per la sicurezza e per l’economia di entrambe le parti.
Avere un mercato finanziario europeo più integrato che renda l’euro più utilizzabile creando un’alternativa credibile per gli investitori, non significa dichiarare guerra al dollaro. Lo stesso vale per un’industria un’industria europea meno dipendente, in forme diverse, da Stati Uniti e Cina. Tutto questo è poter sopravvivere a disaccordi all’interno dell’alleanza.
Dipendenza che passione
Qui sta la contraddizione centrale della strategia: la pressione può ottenere tutto ciò che chiede, e nel concederlo preparare la fine del bisogno che l’ha generata. Ma nessuno ama la dipendenza che gli viene ricordata a ogni negoziato. Il rapporto tra Europa e Stati Uniti potrebbe quindi produrre uno degli effetti più paradossali della politica di Trump. La pressione americana può accelerare proprio quella ricerca di autonomia che, per decenni, le classi dirigenti europee hanno rinviato perché il sistema esistente era troppo comodo per essere modificato. Il Giappone resterà alleato e costruirà capacità proprie. L’Europa resterà atlantista e doterà se stessa di strumenti autonomi. Gli emiri ceneranno con Washington e pranzeranno con Pechino.
Il processo sarà lento, disordinato, contraddittorio. Non avrà un giorno inaugurale e il mondo che ne uscirà assomiglierà più a una rete di dipendenze incrociate, in cui ciascuno si affanna a non dipendere completamente da un solo centro. Multipolarità per accumulo di cautele, più che per vocazione. Ed è proprio la lentezza a renderlo difficile da arginare perché un rivale dichiarato si può affrontare ma una somma di piccole riserve, di debiti comuni, di accordi regionali, di eserciti un po’ più credibili si subisce. La dipendenza dei singoli alleati è solo la superficie di un fenomeno più grande. La stessa equazione la possiamo scrivere in scala planetaria.
L’unico nemico che non si può sanzionare
La domanda da cui questo articolo è partito, come si finanzia una potenza da quarantamila miliardi di debito, non trova la risposta nei conti. Sta nella natura del debito stesso, che è il contrassegno di una transazione più vecchia. Il resto del mondo ha comprato un sistema, e Washington gli ha venduto la centralità. Per il sistema si pagano ancora le rate, ma la domanda vera è: per quanto?
Perché una potenza garante ha un solo rivale esistenziale: un pianeta che smette di aver bisogno di garanzie. La Cina si può contenere, circondare, sanzionare, ma l’ordine, la pace, no. A un mondo pacifico e ben amministrato gli Stati Uniti non saprebbero come dichiarare guerra, e soprattutto non saprebbero a chi fatturare la pace. La loro posizione dipende da una quantità che nessun bilancio registra: la quota ragionevole di insicurezza con cui il resto del pianeta va a letto la sera. Un punto di equilibrio del caos. Troppo e il sistema perde valore. Viceversa troppo ordine e il garante perde clientela. Washington deve conservare il mondo esattamente nella misura in cui il mondo ha ancora bisogno di lei e questa, per una superpotenza, è la gabbia più efficace e occulta mai costruita.
La strategia della nuova amministrazione si legge come il tentativo di ampliare i limiti abbassando il costo della centralità e alzando il rendimento. Gli alleati pagano di più, i partner comprano di più, i rivali pagano i dazi. Funziona, e ogni successo contiene la propria confutazione. Ogni dazio ricorda al partner che il mercato ha un padrone; ogni sanzione, che le infrastrutture hanno un proprietario; ogni richiesta di spesa militare, che la protezione si fattura.
Nel frattempo il debito cresce, e il mercato sa che Washington pagherà sempre, stampando se necessario la banconota del rimorso. Ma pagare e restare preferibili sono due mestieri diversi. Un mattino gli investitori potrebbero aprire un conto altrove. La forza si esercita, si misura, si amministra. La convenienza va raccontata come un destino condiviso, mai come una bolletta. I quarantamila miliardi si rifinanzieranno a ogni asta ancora per molto. Chiudere il credito a Washington somiglierebbe troppo a incendiare la banca dove si tiene il proprio conto corrente. Ma la fiducia si rinnova ogni mattina, e scade senza preavviso.