Le parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno riacceso il dibattito sul possibile cambio di regime in Iran. Dopo l’avvio dell’offensiva israeliana contro obiettivi iraniani, l’ipotesi di un crollo della Repubblica Islamica viene rilanciata da settori dell’establishment politico israeliano, da falchi del Congresso statunitense e da parte della diaspora iraniana all’estero. Ma sul terreno, dentro l’Iran, lo scenario appare molto meno lineare.
Intervistato da Fox News, Netanyahu ha affermato che l’operazione militare israeliana “potrebbe certamente” portare a un cambio di regime, descrivendo il governo di Teheran come “molto debole” e sostenendo che “l’80% della popolazione” sarebbe pronta a rovesciare l’establishment clericale. “La decisione di ribellarsi spetta al popolo iraniano”, ha detto, accusando il regime di repressione sistematica.
Una lettura che non convince gli iraniani
Secondo numerosi analisti ed esponenti della società civile iraniana, Netanyahu starebbe però fraintendendo profondamente il sentimento dell’opinione pubblica. La libertà di espressione in Iran resta fortemente limitata e, dopo gli attacchi israeliani, non si sono registrate mobilitazioni di massa per rovesciare il sistema politico.
Al contrario, spiegano gli esperti, i bombardamenti tendono a spostare l’attenzione e la rabbia popolare verso l’aggressore esterno, mentre le tensioni interne vengono momentaneamente accantonate. “Gli attivisti iraniani sanno bene che le loro aspirazioni non hanno nulla a che vedere con figure come Netanyahu”, osserva Arash Azizi, analista e autore di What Iranians Want. Il governo israeliano, aggiunge, “non è in alcun modo allineato ai valori di chi lotta per diritti e giustizia in Iran”.
Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da proteste su scala nazionale, in particolare tra il 2022 e il 2023 dopo la morte di Mahsa Amini in custodia della polizia morale. La repressione successiva – arresti, condanne e un aumento delle esecuzioni – ha lasciato un diffuso malcontento. Ma questo non si traduce automaticamente in disponibilità alla rivolta durante una guerra.
“Nessuna rivolta mentre cadono le bombe”
Giornalisti e residenti iraniani contattati da CNN, molti dei quali hanno chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza, concordano su un punto: un’insurrezione popolare è altamente improbabile nelle condizioni attuali.
“Le persone stanno cercando di proteggere i propri figli e i propri cari sotto i bombardamenti”, racconta un giornalista da Teheran. “Non hanno né la capacità psicologica né quella pratica di scendere in piazza”. Anzi, aggiunge, in tempo di guerra il regime ha mano libera per reprimere qualsiasi dissenso, bollando gli oppositori come “spie di Israele”.
Secondo questa lettura, l’idea che la Repubblica Islamica sia sull’orlo del collasso è lontana dalla percezione diffusa all’interno del Paese. Durante una crisi nazionale, prevalgono dinamiche di coesione e difesa, anche tra cittadini profondamente critici verso il sistema. L’intervento straniero resta una linea rossa.
“Non c’è alcun sostegno a una guerra condotta da Netanyahu contro la società iraniana”, sottolinea Azizi. “Semmai, molte persone si stanno organizzando per aiutarsi a vicenda e difendere il Paese”.
Anche la diaspora è divisa
Le reazioni non sono univoche nemmeno tra gli iraniani all’estero. Se alcune figure della diaspora vedono nell’offensiva israeliana un’occasione per indebolire il regime, molti attivisti hanno espresso rabbia e preoccupazione per le vittime civili.
Narges Mohammadi, attivista per i diritti umani e premio Nobel per la pace 2023, ha scritto sui social: “La società civile iraniana dice no alla guerra”. Insieme ad altre personalità di primo piano – tra cui Shirin Ebadi e i registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof – ha firmato un appello pubblicato su Le Monde in cui chiede la fine del conflitto, pur sollecitando Teheran a fermare l’arricchimento dell’uranio e a farsi da parte.
Il testo condanna la guerra come una minaccia alla vita dei civili e alle basi stesse della convivenza umana.
L’opzione Pahlavi e i timori regionali
Negli ultimi anni Israele ha rafforzato i contatti con Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, oggi in esilio negli Stati Uniti. Pahlavi ha espresso apertamente il proprio sostegno alle operazioni israeliane, definendo il cambio di regime “l’unica soluzione” e parlando di una “finestra di opportunità”.
Ma anche questa opzione divide profondamente la diaspora e solleva forti perplessità tra gli analisti. Un cambio di leadership, avvertono gli esperti, potrebbe non produrre l’esito auspicato da Netanyahu. “Il regime change è possibile, ma non nella forma immaginata da Israele”, ha scritto l’analista Mohammad Ali Shabani, ipotizzando piuttosto l’emergere di un’amministrazione a guida militare.
L’idea di forzare un cambio di regime preoccupa inoltre altri attori regionali. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha avvertito che sotto attacco “il nazionalismo tende a rafforzarsi”. “La regione non può essere rimodellata con la forza”, ha detto. “Le soluzioni militari generano nuovi problemi, spesso più gravi”.
Guerra e consenso interno
Intanto il bilancio del conflitto continua a salire. Secondo il ministero della Sanità iraniano, almeno 224 persone sono state uccise dall’inizio delle ostilità, molte delle quali civili. Israele afferma di colpire obiettivi militari e nucleari, ma i raid hanno interessato anche aree residenziali. Teheran ha risposto con centinaia di missili e droni contro città israeliane.
In Iran, il presidente Masoud Pezeshkian ha invocato l’unità nazionale, ribadendo che il Paese “non è l’aggressore” e rivendicando il diritto a un programma nucleare pacifico. Masoud Pezeshkian è il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Medico di formazione e figura storica dell’area riformista, è considerato un politico pragmatico, con un profilo meno ideologico rispetto ai settori più conservatori dell’establishment.
Nato nel 1954, Pezeshkian è un cardiochirurgo e ha iniziato la propria carriera politica dopo la Rivoluzione islamica. Ha ricoperto incarichi di rilievo, tra cui quello di ministro della Sanità nei primi anni Duemila, distinguendosi per un approccio tecnico e orientato alla gestione dei servizi pubblici. In seguito è stato a lungo deputato al Majles (il Parlamento iraniano) e vicepresidente dell’Assemblea, guadagnandosi una reputazione di moderazione e dialogo.
Eletto presidente in un contesto segnato da forti tensioni interne ed esterne, Pezeshkian ha impostato il suo mandato su un messaggio di unità nazionale, giustizia sociale e riduzione delle fratture tra Stato e società. Sul piano internazionale sostiene formalmente il diritto dell’Iran a un programma nucleare civile e ribadisce la necessità di difendere la sovranità nazionale, pur lasciando spazio alla diplomazia.
Durante le recenti crisi con Israele e gli Stati Uniti, Pezeshkian ha adottato una retorica improntata alla coesione interna e alla legittimità difensiva, evitando toni apertamente escalationisti. Il suo margine di manovra resta tuttavia limitato dal sistema di potere iraniano, nel quale la Guida Suprema e gli apparati di sicurezza mantengono un ruolo centrale.
“Netanyahu ci bombarda e poi si aspetta che rovesciamo Khamenei mentre facciamo la fila per pane e carburante?”, racconta amaramente un giornalista iraniano. “La caduta dei leader del regime può non dispiacere a molti. Ma la morte dei civili è un’altra cosa”.