Il 6 settembre, con un annuncio diffuso sui social, il colonnello Avihai Adraee, portavoce dell’esercito israeliano (IDF) per la lingua araba, ha invitato la popolazione di Gaza City a trasferirsi con urgenza in una “zona umanitaria” a Khan Yunis, nel sud della Striscia.
A partire da adesso, e per facilitare la partenza dei residenti della città, dichiariamo l’area costiera di Al-Mawasi zona umanitaria. Ai residenti di Gaza City e a tutti coloro che vi si trovano: approfittate di questa opportunità per trasferirvi senza indugio nella zona umanitaria e unirvi alle migliaia di persone che vi si sono già recate”.
Secondo le stime ONU, nell’area di Gaza City restano circa un milione di abitanti. Esperanza Santos, coordinatrice delle emergenze di Medici senza frontiere, ha denunciato:
Pochissime persone sono riuscite a spostarsi verso sud perché la maggior parte non può permetterselo: i trasporti sono costosi. E anche al sud non c’è spazio per accogliere quasi un milione di persone, né si tratta di un luogo immune dagli attacchi. La popolazione non solo è confusa da messaggi contraddittori, ma è anche assediata dai bombardamenti e non vede alcuna via d’uscita. Molti restano a Gaza City semplicemente perché non hanno scelta”.
Mentre proseguono i negoziati con Hamas per il rilascio degli ostaggi israeliani (si stimano 47 persone di cui 25 sarebbero ormai decedute) e il raggiungimento di un cessate il fuoco, il governo di Tel Aviv non sembra avere alcuna intenzione di fermare le operazioni militari, degenerate da tempo in una pulizia etnica che ha causato più di 70.000 vittime. In un comunicato diffuso il 6 settembre, l’organizzazione Save the Children ha reso noto che, secondo i dati dell’ufficio stampa governativo di Gaza, almeno 20.000 bambini, ovvero circa il 2% della popolazione infantile della Striscia, sono stati uccisi dall’inizio del conflitto. Sono più di 42.000 i bambini feriti: secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, almeno 21.000 bambini rimarranno invalidi a vita.

In un tale contesto, la seconda fase dell’operazione “Carri di Gedeone” avviata il 20 agosto – che ha già provocato oltre 1.100 vittime palestinesi – è destinata a degenerare e accrescere le cifre di un disastro umanitario senza precedenti. Le conseguenze, questa volta, potrebbero non ricadere unicamente sulla martoriata popolazione palestinese: la nuova offensiva rischia di provocare costi umani ingenti anche per le stesse forze armate israeliane.
Le rovine dei quartieri di Gaza City, dove si stima operino circa 2.500 miliziani di Hamas, sono attraversate da decine di cunicoli e tunnel, chilometri di gallerie sotterranee e postazioni armate nascoste tra le macerie. Ogni rovina, ogni ostacolo, può diventare il teatro di un agguato condotto con ordigni non convenzionali. Sono le condizioni ideali per una guerriglia asimmetrica: piccoli gruppi, meno equipaggiati, ma in grado di muoversi rapidamente e infliggere perdite a forze più numerose e organizzate. Intervistato dal New York Post, Colin Clarke, esperto di terrorismo e direttore della ricerca al Soufan Group (società newyorkese di consulenza specializzata in sicurezza internazionale, terrorismo, intelligence e conflitti globali), ha avvertito che l’IDF non dovrà fare i conti solo con Hamas, ma anche con insorti armati contrari all’occupazione, pronti a colpire con imboscate, ordigni improvvisati e fuoco di cecchini. Quella che per gli Stati Uniti fu la giungla vietnamita, potrebbe essere oggi Gaza City per l’esercito israeliano, già logorato da quasi tre anni di guerra condotta su più fronti: Striscia di Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen, Siria e Iran.
Mentre cresce la pressione internazionale e si approfondisce la sfiducia interna nel governo, Israele deve affrontare anche lo sfinimento delle proprie truppe. Secondo un articolo del Wall Street Journal firmato da Anat Peled, l’esercito fatica a reperire un numero sufficiente di riservisti disposti a rispondere alla chiamata. La rivista indipendente +972 Magazine, testata giornalistica online con sede in Israele e Palestina, ha riferito che oltre 100.000 riservisti hanno rifiutato la convocazione: è la più ampia ondata di diserzioni dalla Prima Guerra del Libano nel 1982.
Demoralizzazione, esaurimento e frustrazione per la durata prolungata del conflitto sono le principali ragioni di questo fenomeno. Ma cresce anche la minoranza che rifiuta il servizio per motivi etici o morali. Non mancano infine le preoccupazioni economiche: secondo un sondaggio del Servizio israeliano per l’impiego, il 48% dei riservisti ha subito una grave perdita di reddito e il 41% è stato licenziato o costretto a lasciare il lavoro a causa dei lunghi periodi di servizio. Nel frattempo i costi della guerra hanno superato i 67 miliardi di dollari, pari a circa il 7% del PIL di Israele, con le spese per la difesa prossime all’8%.
Una vittoria militare rischia così di trasformarsi in una sconfitta strategica, con conseguenze umane, economiche e politiche incalcolabili. L’inquietante profezia che sarebbe stata pronunciata dal generale Eyal Zamir, capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, durante una riunione del Gabinetto di Sicurezza tenutasi all’inizio di agosto 2025, potrebbe tornare tragicamente attuale: “la conquista della Striscia trascinerà Israele in un buco nero“.
