Gerusalemme, 9 agosto 2025 – Nella notte tra il 7 e l’8 agosto, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato un piano strategico destinato a segnare una nuova fase del conflitto in corso: la presa di controllo militare di Gaza City, con l’obiettivo dichiarato di “sconfiggere Hamas”, senza però governare o annettere il territorio palestinese.
Il piano, anticipato da vari media israeliani nei giorni precedenti, è stato formalmente annunciato dal primo ministro Benjamin Netanyahu in un’intervista a Fox News. “Israele prenderà il controllo della Striscia di Gaza per garantire la sicurezza, ma non intende governarla né annetterla,” ha dichiarato il premier, sottolineando che l’amministrazione post-Hamas sarà affidata a un’entità araba “non ostile”.
Le cinque direttrici del piano
Secondo quanto emerso, il progetto approvato si basa su cinque punti principali:
- Distruzione delle capacità militari di Hamas, incluso il suo arsenale e le infrastrutture sotterranee;
- Liberazione di tutti gli ostaggi, vivi o deceduti;
- Smilitarizzazione totale della Striscia di Gaza;
- Controllo permanente da parte di Israele sulla sicurezza dell’area;
- Formazione di un’amministrazione civile alternativa, che escluda sia Hamas sia l’Autorità Nazionale Palestinese.
Il piano prevede una massiccia evacuazione della popolazione civile da Gaza City – si parla di oltre un milione di persone – in vista di un’operazione militare estesa e mirata, da completare entro il 7 ottobre 2025, a due anni esatti dall’attacco di Hamas in Israele che ha dato il via all’attuale conflitto.
Una crisi umanitaria in peggioramento
La situazione nella Striscia di Gaza è già ai limiti della sopravvivenza. Secondo le Nazioni Unite, la popolazione soffre di carestia, collasso dei servizi sanitari e accesso limitato ad acqua potabile ed elettricità. L’operazione israeliana, sebbene accompagnata da promesse di aiuti umanitari “al di fuori delle zone di combattimento”, rischia di aggravare ulteriormente la crisi.
Lo storico francese Jean-Pierre Filiu, in un editoriale su Le Monde, ha definito la distribuzione aerea degli aiuti come un’operazione di “pura propaganda umanitaria”, più utile a “placare l’opinione pubblica internazionale” che a soccorrere realmente i civili palestinesi.
Forti critiche interne e internazionali
Il piano non è privo di contestazioni anche all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano. Il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir avrebbe espresso serie riserve, giudicando il piano rischioso per la vita degli ostaggi ancora detenuti da Hamas e sostenendo che l’esercito israeliano “è esausto” dopo mesi di operazioni intense.
Sul fronte internazionale, le reazioni sono state immediate. L’ONU ha espresso preoccupazione per le implicazioni legali e umanitarie del progetto, mentre diversi governi – tra cui Regno Unito, Australia e Finlandia – hanno criticato duramente la decisione di Israele, parlando di violazioni del diritto internazionale umanitario.
Un futuro incerto
Nonostante le critiche, il governo Netanyahu sembra determinato a portare avanti il piano, puntando su un nuovo equilibrio nella Striscia di Gaza in vista di un’uscita dalla guerra. Tuttavia, restano aperte questioni fondamentali: chi governerà Gaza dopo Hamas? Che ruolo avrà la comunità internazionale? E quali saranno le conseguenze per la popolazione civile? La risposta a queste domande determinerà il futuro della regione, ancora una volta sospesa tra occupazione, instabilità e speranze disattese.
