Cooperazione scientifica o rischio per la sicurezza? Il delicato rapporto tra Regno Unito e Cina
di Redazione · 8 gennaio 2026

Il dibattito sulle collaborazioni accademiche tra università britanniche e istituzioni cinesi non riguarda singoli studi o singoli ricercatori. Al centro della questione c’è piuttosto la capacità del sistema statale di gestire l’equilibrio tra apertura della ricerca e tutela degli interessi strategici in un contesto di crescente competizione geopolitica.
Un’inchiesta pubblicata dal Sunday Times, basata su un’analisi della società Strider Technologies, ha riportato l’attenzione sul tema, ricostruendo l’ampiezza delle collaborazioni tra atenei del Regno Unito e istituti cinesi collegati all’Esercito popolare di liberazione (PLA). Secondo il rapporto, dal 2020 oltre 8.000 pubblicazioni scientifiche hanno coinvolto più di 5.000 ricercatori affiliati a università britanniche in progetti con partner cinesi riconducibili, direttamente o indirettamente, all’apparato militare di Pechino.
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L’elemento più rilevante non è solo il numero delle collaborazioni, ma la loro concentrazione in settori tecnologici considerati strategici: intelligenza artificiale, calcolo quantistico, aerospazio, comunicazioni avanzate, tecnologie ipersoniche e laser. Ambiti che costituiscono il nucleo delle capacità militari avanzate contemporanee e che, nel caso cinese, rientrano in una dottrina di integrazione sistematica tra ricerca civile e applicazioni militari.
In questo quadro, la cooperazione accademica internazionale può trasformarsi in uno strumento di acquisizione indiretta di competenze sensibili. Secondo Strider, la ricerca condivisa permette alle istituzioni cinesi di rafforzare il proprio vantaggio tecnologico non solo attraverso i risultati scientifici, ma anche grazie all’accesso a reti professionali, flussi informativi e relazioni di lungo periodo.
Particolarmente delicata è la natura di alcuni partner coinvolti. Tra questi figurano le cosiddette “Seven Sons of National Defence”, università cinesi strettamente integrate nella filiera della difesa e dotate di credenziali di sicurezza, oltre alla National University of Defense Technology di Changsha, sanzionata dagli Stati Uniti per il suo ruolo nello sviluppo di tecnologie di supercalcolo e simulazione militare. Trattare questi attori come normali istituzioni accademiche, avvertono gli analisti, significa ignorare il contesto politico e strategico in cui operano.
Negli ultimi anni il Regno Unito ha rafforzato gli strumenti di tutela della sicurezza nazionale, introducendo nuove normative come il National Security Act e ampliando i meccanismi di controllo sugli investimenti e sulle collaborazioni internazionali. Tuttavia, queste misure non prevedono divieti espliciti di cooperazione con enti affiliati al PLA, lasciando alle singole università la responsabilità di valutare i rischi.
Una scelta che solleva interrogativi. In uno scenario di competizione sistemica tra modelli politici e tecnologici differenti, delegare la valutazione del rischio strategico a istituzioni accademiche sottoposte a forti pressioni finanziarie e a una competizione globale per fondi e talenti può aumentare l’esposizione a forme di ingerenza indiretta.
L’inchiesta evidenzia come atenei britannici di primo piano abbiano firmato lavori congiunti con ricercatori affiliati a istituzioni militari cinesi, spesso in ambiti a chiara rilevanza difensiva. In questi casi, la co-autorialità scientifica non rappresenta solo una pratica accademica, ma anche un canale di legittimazione reciproca e di consolidamento di relazioni professionali potenzialmente sensibili.
Secondo Strider, è proprio questa dimensione relazionale a costituire uno dei principali vettori di rischio, perché consente l’assorbimento di competenze critiche senza ricorrere a pratiche illegali o apertamente ostili. Nessuno dei casi analizzati configura una violazione diretta della legge, ma l’insieme solleva interrogativi più ampi sul perimetro della sicurezza nazionale e sulla protezione dell’ecosistema scientifico.
Il caso britannico non è isolato. Molte democrazie europee si trovano ad affrontare lo stesso dilemma: preservare l’apertura della ricerca e la cooperazione internazionale senza trasformare la neutralità tecnologica in una vulnerabilità strategica. In un confronto tra sistemi con regole, obiettivi e vincoli profondamente diversi, la gestione dell’interdipendenza scientifica è diventata una delle sfide centrali della politica di sicurezza contemporanea.
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