Il piano Blair per Gaza: rinascita economica o nuova forma di colonizzazione?
di Domenico Lombardi · 29 agosto 2025

Incontro alla Casa Bianca (fine agosto 2025)
Tony Blair ha partecipato a una riunione voluta da Donald Trump, con Jared Kushner e altri esponenti statunitensi, per discutere un piano post-guerra per Gaza. L’obiettivo è individuare un’alternativa al governo di Hamas, con l’intenzione di presentare una governance sostenibile. Trump ha autorizzato Kushner e Blair a proseguire con la pianificazione, ma non è stato identificato un successore concreto ad Hamas.
La "Riviera del Medio Oriente" e l’iniziativa economica
Il piano comprende l’idea controversa di trasformare Gaza in un hub commerciale e meta turistica, una sorta di “Riviera del Medio Oriente”. Questa proposta, fatta propria dall’amministrazione Trump e sostenuta da Jared Kushner, è stata oggetto di molte critiche, in particolare per l’esclusione dei rappresentanti palestinesi.
Il progetto “Great Trust” e l’Istituto di Tony Blair (TBI)
Il Tony Blair Institute for Global Change è stato coinvolto – secondo i media – in discussioni preliminari su un ambizioso piano post-conflitto chiamato “Great Trust”. Il progetto, sviluppato con investitori israeliani e supporto della Boston Consulting Group (BCG), includeva idee come:
-“Trump Riviera” e “Elon Musk Smart Manufacturing Zone”
- Creazione di un trust per lo sviluppo dei terreni pubblici di Gaza
- Premi monetari per incentivare fino a 500.000 palestinesi a lasciare l’area
Tuttavia, il TBI ha chiarito di non aver scritto né approvato la parte finale del progetto e si è distanziato dalle componenti più controverse. BCG ha inoltre sconfessato il piano, licenziando i consulenti coinvolti senza autorizzazione.
Critiche e prospettive alternative
Esclusione dei palestinesi
L’iniziativa è stata duramente criticata per aver escluso il punto di vista palestinese, generando accuse di neocolonialismo. Attivisti come Ubai Al-Aboudi sottolineano la necessità di una ricostruzione e governance guidata da palestinesi, con il supporto dell’Autorità Palestinese e un piano arabo-egiziano.
Confronto con il piano arabo
Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso sostegno a una proposta araba per la ricostruzione di Gaza del valore di circa 53 miliardi di dollari, che evita la deportazione dei residenti. Prevede una governance temporanea affidata a tecnocrati palestinesi sotto supervisione dell’Autorità Palestinese.
Le reazioni internazionali al cosiddetto “piano di Tony Blair per Gaza” sono state molto forti e contrastanti.
Paesi occidentali
Stati Uniti (Trump/Kushner)
Il piano è stato discusso e in parte promosso dall’amministrazione Trump, che lo vede come un progetto economico ambizioso per il futuro di Gaza. Trump ha autorizzato Blair e Kushner a lavorare su idee post-Hamas, ma non ha ancora trovato una soluzione politica sostenibile.
Europa (Francia, Germania, Italia, Regno Unito)
Questi Paesi hanno espresso più sostegno al piano arabo alternativo da 53 miliardi di dollari, che prevede governance palestinese temporanea e ricostruzione senza trasferimenti forzati.
Paesi arabi
Egitto, Giordania, Arabia Saudita e altri Stati arabi
Hanno respinto con forza l’idea della “Riviera del Medio Oriente” e, soprattutto, la componente del “Great Trust” che prevedeva incentivi per spostare centinaia di migliaia di palestinesi.
Autorità Palestinese (ANP)
Ha condannato l’esclusione dei palestinesi dal tavolo delle trattative, definendo il piano una violazione della sovranità e un tentativo di “svuotare Gaza della sua popolazione”.
Hamas e fazioni di resistenza
Reazione ancora più dura: il piano è visto come un tentativo di cancellare la causa palestinese, normalizzare l’occupazione e legittimare l’espulsione dei gazawi.
Israele
Alcuni settori vicini al governo israeliano e al mondo degli affari hanno mostrato interesse al progetto economico (hub tecnologici, turismo, trust sui terreni pubblici).
Tuttavia, anche dentro Israele ci sono voci critiche: si teme che il piano non garantisca sicurezza né stabilità politica, e possa scatenare reazioni esplosive nel mondo arabo.
Il cosiddetto "piano di Blair" rappresenta un tentativo di formulare una soluzione post-guerra per Gaza attraverso una spinta economica e infrastrutturale, ma è avvolto da controversie. Il suo principale problema è l’assenza di partecipazione palestinese e la componente di incentivazione al trasferimento forzato, che il TBI ha negato di aver sostenuto. Parallelamente, cresce il sostegno internazionale verso una soluzione basata su una governance temporanea palestinese, sostenuta dagli Stati arabi, che rispettino diritti e presenza della popolazione locale.
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