giovedì 5 novembre 2026
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Il mondo a temperatura controllata

di Giancarlo Busti · 5 novembre 2026

Banchi frigoriferi in un supermercato: la catena del freddo, infrastruttura vulnerabile ai sabotaggi informatici
Foto di Mishaal Zahed su Unsplash

Non hanno sfondato le porte dei supermercati, non hanno portato via la merce: è bastato cambiare la temperatura per ricordarci quanto sia fragile il mondo che abbiamo costruito.

Un frigorifero che, nel cuore della notte, comincia a scaldarsi lontano dai nostri occhi, discretamente. Nessuno a volto coperto che fugge, nessuna serranda divelta o vetrina sfasciata. Soltanto una centralina che riceve un comando, un numero che cambia, un motore che continua a fare il proprio lavoro secondo istruzioni diverse, arrivate attraverso la rete.

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La mattina, qualcuno apre il supermercato e trova carne, pesce, surgelati, merci che fino a poche ore prima erano perfettamente conservate e che adesso devono essere buttate. In alcuni casi, i frigoriferi hanno raggiunto temperature anche di 40 o 50 gradi. In altri, i sistemi di allarme sono stati ostacolati o i cicli di funzionamento alterati.

Una forma di sabotaggio che ha qualcosa di metafisico, di sottile. Il nemico non distrugge l'oggetto, ma ne modifica la natura. Fa compiere a una macchina il contrario di ciò per cui è stata costruita.

E noi, che abbiamo affidato alla tecnologia il compito di rendere il mondo più prevedibile, scopriamo improvvisamente che quella stessa tecnologia può rendere imprevedibile il mondo.

La vulnerabilità nascosta nell’ordinario

Zygmunt Bauman aveva dedicato alla paura contemporanea un'espressione particolarmente efficace: paura liquida. Una paura che non sempre si lascia circoscrivere attorno a un oggetto preciso, ma che si insinua nella vita quotidiana e ne modifica la percezione.

Forse è proprio questo il dettaglio più interessante degli attacchi ai sistemi frigoriferi. Il danno economico è misurabile. Si possono contare i prodotti deteriorati, le ore di lavoro perdute, i costi di ripristino. Molto più difficile è misurare ciò che accade nella testa delle persone quando scoprono che un'infrastruttura apparentemente banale può essere manipolata a distanza.

Il frigorifero del supermercato non appartiene all'immaginario della paura e non ricordo un film dell'orrore in cui questi elettrodomestici prendono vita rivoltandosi contro gli esseri umani. Anzi, nelle pellicole in cui hanno un ruolo, sono sempre e comunque legati a una promessa scontata e invisibile che li rende silenziosi servitori dell'assassino di turno, di solito custodi fidati del frutto dei suoi delitti. Sia noi sia lui diamo per scontato il loro servizio e la società si regge anche su queste promesse invisibili.

La fiducia non è soltanto una questione di rapporti tra individui, perché costituisce un'infrastruttura immateriale. Ci permette di vivere senza dover verificare personalmente ogni cosa, ogni mattina, prima di uscire di casa. Vi è mai venuto in mente di controllare se il macellaio abbia ricevuto la carne alla temperatura corretta o di chiedere al farmacista di mostrarci il registro termico del magazzino? Ci fidiamo. Ed è proprio questa fiducia a rendere possibile la vita collettiva. Quando viene incrinata, non si rompe soltanto un sistema informatico: si incrina una parte del patto silenzioso che ci consente di abitare il mondo.

La battaglia contro il tempo

Prima della refrigerazione, il tempo aveva un rapporto molto più brutale con il cibo. Un raccolto doveva essere consumato, trasformato o conservato prima che la natura ne decretasse la fine. La distanza tra il campo e la tavola era limitata dalla deperibilità. Il mare, i pascoli, i frutteti e i mercati vivevano dentro un calendario biologico che non concedeva molte deroghe.

La refrigerazione ha cambiato tutto. Ha permesso di separare il momento della produzione da quello del consumo, il luogo della raccolta da quello della vendita. Ha fatto viaggiare il pesce per migliaia di chilometri, ha consentito di conservare il raccolto, ha allargato le possibilità dell'agricoltura e della trasformazione alimentare.

Il freddo è diventato una specie di tempo supplementare, una sospensione della decomposizione.

Abbiamo costruito una civiltà capace di rallentare il lavoro della natura e ci siamo spinti fino a governare il tempo biologico, forse un po' troppo, affidando questo potere a sistemi che non comprendiamo e non controlliamo direttamente. Un produttore agricolo può raccogliere pomodori perfetti, investire mesi di lavoro, pagare personale, acquistare sementi e fertilizzanti, organizzare il trasporto. Ma se il centro di conservazione che dovrebbe ricevere il prodotto viene compromesso, il suo lavoro rischia di perdere valore prima ancora di arrivare al mercato.

Il danno risale la filiera, come una crepa che attraversa una parete.

Ecco perché sarebbe riduttivo considerare questi episodi soltanto come un problema della grande distribuzione. La catena del freddo attraversa quasi tutti i settori produttivi e arriva anche alla sanità. Non immaginiamo neanche quanti prodotti termosensibili dipendano da condizioni di conservazione rigorose.

Per capire il problema basta osservare quanto sia concentrata la nostra dipendenza da alcuni nodi logistici e quanto poco spazio possa esserci, in certi casi, per recuperare una merce deperibile. Raccolti, medicinali e surgelati compromessi non tornano integri perché il sistema informatico è stato riparato.

Il guasto invisibile

C'è poi una questione che merita di essere affrontata senza cadere in facili teorie complottiste.

Non sappiamo chi abbia orchestrato tutti gli attacchi, se gli episodi siano riconducibili a un'unica regia o se dietro vi siano gruppi differenti. Non sappiamo neppure se l'obiettivo fosse esclusivamente economico, dimostrativo, politico o legato ad altre finalità. Attribuire agli autori un progetto di destabilizzazione psicologica sarebbe oggi una forzatura, ma possiamo ragionare sugli effetti.

Gli attacchi informatici a banche, aeroporti e persino ospedali producono danni immediatamente comprensibili. Un attacco ai sistemi frigoriferi introduce un'inquietudine diversa: mette in dubbio l'affidabilità di ciò che arriva sulle nostre tavole e, per estensione, di una parte del sistema che ci permette di vivere.

Immaginiamo una sequenza di episodi ripetuti. Oggi un supermercato, domani un centro di distribuzione, dopodomani un magazzino alimentare. Immaginiamo che ogni volta le autorità intervengano, che i tecnici ripristinino gli impianti, che le aziende rassicurino i consumatori. E immaginiamo che, nonostante tutto, gli episodi continuino.

A quel punto la questione non sarebbe più soltanto quanti prodotti siano andati perduti.

Cominceremmo a domandarci se ciò che acquistiamo sia davvero sicuro. Se le merci siano state conservate correttamente. Se le rassicurazioni siano sufficienti. Se il prossimo attacco possa interessare un altro stabilimento, un altro territorio, un'altra infrastruttura. La paura passerebbe direttamente dal computer alla normalità.

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Punti fermi flottanti

Viviamo già in un tempo nel quale molte persone faticano a riconoscere una direzione tra tensioni internazionali, difficoltà economiche e crisi delle istituzioni. Il disagio di una parte delle giovani generazioni e i disordini di piazza hanno prodotto una sensazione diffusa di instabilità. Sarebbe una conclusione sproporzionata pensare che un attacco alla catena del freddo possa provocare rivolte o crisi sociali, ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il modo in cui la percezione dell'insicurezza si accumula. La fragilità di una società è latente e corre sul filo della perdita delle proprie risorse. Smettere di credere nella capacità di proteggerle fa affiorare drammaticamente tutte le nostre insicurezze.

Penso soprattutto ai giovani, a quelle generazioni cresciute con la promessa di un mondo sempre connesso, sempre disponibile, sempre accessibile e, di conseguenza, sempre controllabile. La tecnologia avrebbe dovuto rendere tutto più semplice. Oggi si trova a fare i conti con un paradosso: più strumenti possediamo per governare la realtà, più scopriamo quanto sia facile interferire con essa. Tutto sembra avviato verso la massima ottimizzazione, verso la perfezione, ma all'improvviso ci accorgiamo che non sappiamo più chi possiede i codici, chi controlla gli impianti e chi potrebbe spegnere le luci.

La tecnologia ci ha resi dipendenti da un numero crescente di condizioni che spesso non conosciamo, una dipendenza che è diventata una forma di vulnerabilità.

Verso un futuro fragile?

J.G. Ballard, nei suoi romanzi, aveva la capacità particolare di prendere gli oggetti e gli ambienti più familiari della modernità e trasformarli in luoghi di inquietudine. Non aveva bisogno di mostri o alieni. Gli bastavano un'autostrada, un centro commerciale, un condominio, una piscina. Il perturbante nasceva proprio dal fatto che tutto sembrava normale.

È questo lo sguardo che dovremmo adottare oggi?

Scenari apocalittici, scaffali completamente vuoti o città assediate dalla fame non sono necessari da immaginare. Il pericolo è già sufficientemente interessante nella sua dimensione ordinaria: magazzini che dovrebbero conservare i raccolti degli agricoltori o il frutto delle fatiche dei pescatori, farmacie e piccoli imprenditori che hanno investito in impianti destinati a proteggere il loro lavoro.

È qui che la questione tecnologica diventa una questione filosofica.

Abbiamo costruito un mondo nel quale quasi tutto è interconnesso, ma non abbiamo ancora imparato a renderlo sufficientemente affidabile. Confondiamo l'efficienza con la sicurezza, la connessione con il controllo, la disponibilità continua con la certezza della disponibilità. L'ansia da connessione che ormai colpisce tutti assume così una dimensione più ampia. Chi può garantire che le cose continuino a funzionare anche quando Internet, o qualcuno che se ne serve, diventa una minaccia?

La resilienza va interpretata come la possibilità di continuare a vivere senza che ogni interruzione si trasformi in una crisi. E allora, mentre discutiamo di intelligenza artificiale, automazione, transizione digitale e città intelligenti, dovremmo ricordarci di una cosa piuttosto elementare: la civiltà comincia anche da un alimento che arriva integro sulla tavola, da un medicinale che conserva le sue proprietà, da un agricoltore che riesce a vendere il proprio raccolto.

Non sono conquiste spettacolari. Sono conquiste silenziose ed è proprio per questo che ci accorgiamo della loro importanza soltanto quando qualcuno riesce a metterle in discussione.

Concluderei con una riflessione di Paul Valéry, celebre poeta e pensatore francese del Novecento, scritta dopo la Prima guerra mondiale, quando l'Europa aveva visto crollare molte delle proprie certezze. Un po' come noi, che ci ritroviamo a fare i conti con la fine dello Stato postmoderno, di cui ho già scritto.

«Noi altri, civiltà, sappiamo ormai di essere mortali»

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