Il fallimento è davvero individuale? La tirannia del merito e la politica globale
di Redazione · 2 novembre 2026

C'è un'idea così radicata nel senso comune da sembrare una legge di natura: se non ce l'hai fatta, è colpa tua. Non hai studiato abbastanza, non ti sei impegnato, non hai saputo cogliere le occasioni. È un'idea che attraversa i colloqui di lavoro e i talk show, i manuali di crescita personale e i discorsi dei leader politici. Eppure, a guardarla da vicino, è tutt'altro che naturale. È il prodotto di una lunga stagione politica ed economica, e forse il suo risultato più riuscito: averci convinti che il fallimento sia sempre individuale, mentre il successo, quando arriva, sia sempre meritato.
Questa convinzione non è soltanto una questione morale o psicologica. Ha conseguenze politiche enormi e da almeno un decennio sta ridisegnando la geografia elettorale delle democrazie occidentali, dalla Brexit all'ascesa dei populismi in Europa e negli Stati Uniti.
Dalla questione sociale alla colpa personale
Per gran parte del Novecento povertà, disoccupazione ed esclusione erano lette come questioni sociali. Il movimento operaio, le socialdemocrazie europee e il welfare state del secondo dopoguerra partivano da un presupposto condiviso: le condizioni di vita di una persona dipendono in larga misura da fattori che quella persona non controlla, come la classe di origine, il territorio, il ciclo economico e le politiche pubbliche. La risposta era quindi collettiva: sindacati, contrattazione, sanità e istruzione universali, sussidi.
A partire dagli anni Ottanta, con la svolta neoliberale associata a Margaret Thatcher e Ronald Reagan, la prospettiva si capovolge. La celebre tesi thatcheriana secondo cui la società non esisterebbe, ed esisterebbero soltanto individui e famiglie, riassume bene il nuovo clima. Il sociologo tedesco Ulrich Beck ha descritto il passaggio con una formula diventata classica: le società contemporanee chiedono agli individui di trovare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche. La precarietà, la crisi dei settori industriali, la deindustrializzazione di intere regioni non scompaiono, ma vengono riassegnate al singolo, che deve affrontarle aggiornando il curriculum, formandosi di continuo, reinventandosi.
La meritocrazia: da satira a promessa politica
Il paradosso è che la parola meritocrazia nasce come critica. Fu il sociologo britannico Michael Young a coniarla nel 1958 in The Rise of the Meritocracy, un racconto distopico in cui una società selezionata in base a intelligenza e impegno finisce per produrre una nuova aristocrazia, arrogante e convinta di meritare tutto, e una massa di esclusi privati perfino della consolazione di sentirsi vittime di un'ingiustizia.
Nei decenni successivi il termine ha perso ogni sfumatura ironica ed è diventato un programma politico trasversale. Il centrosinistra della «terza via», da Tony Blair a Bill Clinton fino a Barack Obama, ne ha fatto un pilastro: alle disuguaglianze crescenti prodotte dalla globalizzazione si rispondeva non tanto redistribuendo, quanto promettendo pari opportunità e più istruzione. Chi si impegna può farcela. Una promessa nobile in apparenza, ma con un rovescio implicito: se chi si impegna può farcela, chi non ce la fa evidentemente non si è impegnato abbastanza.
La società della prestazione e il nemico interiore
Il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, in La società della stanchezza, sostiene che siamo passati dalla società disciplinare descritta da Michel Foucault, fondata su divieti e controlli esterni, a una società della prestazione, in cui il comando è interiorizzato. Non serve più un padrone che sfrutti: ciascuno diventa imprenditore di sé stesso e si sfrutta da solo, convinto di essere libero. In questo schema il fallimento non genera rivolta, ma depressione e senso di inadeguatezza.
Il critico britannico Mark Fisher, in Realismo capitalista, arrivava a conclusioni simili osservando i propri studenti: il disagio psichico diffuso veniva trattato come un problema esclusivamente individuale, da gestire con farmaci e terapie, senza mai chiedersi se fosse anche il sintomo di condizioni sociali. È la privatizzazione dello stress e, con essa, la depoliticizzazione della sofferenza. Chi si sente in colpa non scende in piazza: si chiude in casa.
Perché è una questione di politica internazionale
Il filosofo di Harvard Michael J. Sandel ha collegato questa dinamica ai grandi sconvolgimenti politici dell'ultimo decennio: il referendum sulla Brexit del 2016, l'elezione di Donald Trump, la crescita delle destre radicali in Europa. Secondo Sandel, il contraccolpo populista non nasce soltanto dalla perdita di reddito di chi è stato penalizzato dalla globalizzazione, ma anche da una ferita di riconoscimento. Milioni di lavoratori senza laurea si sono sentiti guardati dall'alto in basso da élite istruite che attribuivano a sé stesse tutto il merito del proprio successo.
Il cosiddetto credenzialismo, cioè l'idea che il titolo di studio sia la misura del valore di una persona, ha scavato un fossato culturale prima ancora che economico. Negli Stati Uniti gli economisti Anne Case e Angus Deaton hanno documentato l'aumento delle «morti per disperazione», legate ad alcol, oppioidi e suicidi, proprio tra gli adulti privi di laurea. In Europa il voto per i partiti antisistema si concentra spesso nelle aree deindustrializzate e periferiche, quelle che la geografia della globalizzazione ha lasciato indietro.
In questa lettura, il populismo è anche una rivolta contro l'umiliazione: la risposta, spesso distorta, di chi si è sentito ripetere per anni che il proprio destino era colpa sua. E paradossalmente i movimenti populisti hanno saputo intercettare questo risentimento meglio delle forze progressiste, che storicamente erano nate proprio per dare voce collettiva agli esclusi.
Le obiezioni: il merito va difeso?
La critica alla meritocrazia non è priva di contestazioni, e alcune sono serie. In Italia il filosofo Marco Santambrogio, nel saggio Il complotto contro il merito (Laterza), ha replicato a Sandel sostenendo che il riconoscimento del merito resta un principio di giustizia irrinunciabile: abbandonarlo significherebbe lasciare campo libero a nepotismo, clientele e rendite di posizione. L'argomento ha un peso particolare in un Paese come il nostro, dove molti osservatori ritengono che il problema non sia l'eccesso di meritocrazia, ma la sua assenza: concorsi opachi, carriere bloccate, una mobilità sociale tra le più basse dell'Europa occidentale.
C'è poi un'obiezione di principio. Se ogni esito viene spiegato con le strutture, la persona rischia di perdere il senso della propria capacità di agire. Anche il fatalismo può essere una trappola: dire a qualcuno che nulla dipende da lui non è necessariamente più liberatorio che dirgli che tutto dipende da lui. Infine, molti economisti di orientamento liberale ricordano che apertura dei mercati e competizione hanno contribuito a sottrarre alla povertà estrema centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia, e che la responsabilità individuale è stata storicamente anche un valore di emancipazione contro le gerarchie ereditarie.
Oltre la colpa: cosa cambia se il fallimento torna collettivo
La posizione più convincente probabilmente non sta in nessuno dei due estremi. Le scelte individuali contano, ma si compiono dentro margini che nessuno ha scelto: la famiglia in cui si nasce, la città, la scuola, il momento storico in cui si entra nel mercato del lavoro. Chi si è affacciato al lavoro nel 2008 o nel 2020 lo sa bene. Riconoscerlo non significa assolvere tutti né negare il valore dell'impegno, ma restituire al fallimento la sua dimensione condivisa.
Cambia anche l'agenda politica. Se il fallimento è solo individuale, le risposte sono il coaching, la formazione continua, la resilienza. Se è anche collettivo, tornano sul tavolo domande che sembravano archiviate: la dignità del lavoro poco qualificato, la qualità dei servizi pubblici nei territori marginali, il peso fiscale delle rendite, il potere contrattuale dei lavoratori. Sandel propone una politica del bene comune, capace di valorizzare il contributo di ciascuno alla società e non soltanto il suo successo sul mercato.
E cambia, forse, il modo in cui guardiamo noi stessi. La colpa isola; la consapevolezza che un problema è condiviso, invece, crea legami. È qui che l'inganno mostra tutta la sua efficacia: un'ingiustizia vissuta come fallimento personale non diventa mai una domanda politica.
Il libro consigliato: La tirannia del merito di Michael J. Sandel
Per chi vuole approfondire, il testo di riferimento è La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti di Michael J. Sandel, pubblicato in Italia da Feltrinelli. Sandel ricostruisce come l'ideale meritocratico, nato per promuovere l'equità, abbia finito per generare arroganza nei vincitori e umiliazione nei perdenti, e legge in questa chiave la Brexit, la vittoria di Trump e l'avanzata delle destre radicali europee. All'uscita è stato indicato tra i libri migliori dell'anno da diverse testate internazionali, tra cui il Guardian.
È un saggio accessibile anche ai non specialisti, scritto con la chiarezza che ha reso celebri le lezioni di Sandel ad Harvard, e si chiude con una proposta concreta: ripensare il successo alla luce del ruolo della fortuna e restituire dignità al lavoro. Per un confronto critico vale la pena affiancarlo al saggio di Santambrogio citato sopra.
Domande frequenti
Che cosa si intende per «tirannia del merito»?
È l'espressione con cui Michael J. Sandel descrive gli effetti collaterali della meritocrazia: chi ha successo si convince di meritarlo interamente, chi fallisce interiorizza la colpa, e la società si divide in vincitori e perdenti con conseguenze politiche profonde.
Che legame c'è tra meritocrazia e populismo?
Secondo diversi studiosi, una parte del consenso populista nasce dal risentimento di chi si è sentito svalutato da élite istruite e dalla retorica secondo cui ognuno ottiene ciò che merita. Altri analisti attribuiscono invece un peso maggiore a fattori economici, migratori o identitari.
Criticare la meritocrazia significa rifiutare il merito?
Non necessariamente. Sandel stesso non propone di affidare cure mediche o cariche pubbliche a persone incompetenti: contesta l'idea che il successo sul mercato misuri il valore morale di una persona. I suoi critici, come Santambrogio, ritengono però che questa distinzione rischi di indebolire un principio di giustizia ancora necessario.

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