Oggi BP, acronimo storico di “British Petroleum”, è uno dei principali gruppi energetici globali. Le sue origini, tuttavia, affondano nell’Iran di inizio Novecento — la Persia dell’epoca qajara — dove il petrolio sarebbe diventato il punto d’incontro tra interessi imperiali britannici, nazionalismo mediorientale e geopolitica globale.
La storia della compagnia che avrebbe poi assunto il nome di British Petroleum non è soltanto una vicenda industriale. È uno dei casi più emblematici di come il controllo delle risorse energetiche abbia contribuito a ridefinire gli equilibri internazionali del XX secolo.
La concessione del 1901 e la nascita della Anglo-Persian
Nel maggio del 1901 lo Scià persiano Mozaffar al-Din Shah Qajar concesse all’imprenditore anglo-australiano William Knox D’Arcy il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse petrolifere del paese. Dopo sette anni di esplorazioni difficili e costose, il petrolio venne finalmente scoperto nel 1908 a Masjed Soleiman, nel sud-ovest della Persia. Fu il primo grande giacimento petrolifero del Medio Oriente.
L’anno successivo nacque la Anglo-Persian Oil Company (APOC), controllata dalla Burmah Oil Company, che iniziò immediatamente l’estrazione dal cosiddetto “Pozzo Numero 1”. La nuova società costruì rapidamente una propria rete di distribuzione all’interno dell’Impero britannico, comprendendo fin da subito il valore strategico del petrolio persiano.
Nel 1910 fu realizzato un oleodotto che collegava i giacimenti alla città portuale di Abadan, dove sorse una gigantesca raffineria destinata a diventare una delle più importanti del mondo. Attorno ad Abadan si sviluppò una vera città industriale coloniale, alimentata da manodopera proveniente dall’India britannica, dalla Birmania e dalla Cina.
Il petrolio come strumento dell’impero britannico
L’ascesa della Anglo-Persian coincise con la crescente dipendenza strategica britannica dal petrolio. La Royal Navy stava progressivamente abbandonando il carbone per convertire la flotta ai combustibili liquidi, considerati più efficienti militarmente.
Nel 1914 il governo britannico acquisì una quota di controllo della compagnia, trasformando di fatto la APOC in un’infrastruttura energetica dell’Impero. Da quel momento il petrolio persiano divenne una questione di sicurezza nazionale per Londra.
Nel frattempo la compagnia continuava ad espandersi. Nel 1912 partecipò alla fondazione della Turkish Petroleum Company, creata per ottenere accesso ai giacimenti della Mesopotamia ottomana, futura Iraq Oil Company dopo il crollo dell’Impero Ottomano.
Anche il marchio “British Petroleum” nacque in quegli anni. Originariamente BP era una filiale britannica di un trust petrolifero tedesco, la Europäische Petroleum Union. Durante la Prima guerra mondiale il governo britannico confiscò gli asset della società e li trasferì alla Anglo-Persian.
Negli anni Venti l’espansione fu rapidissima. La motorizzazione di massa britannica aumentò enormemente la domanda di carburante e il marchio BP si diffuse in tutto il Regno Unito. Nel 1925 le stazioni di servizio BP erano già circa 6.000, alimentate dal greggio estratto nel sud della Persia.
In quello stesso periodo Winston Churchill — già tra i principali sostenitori della conversione petrolifera della Royal Navy — collaborò come consulente della Burmah Oil, contribuendo a consolidare il legame strategico tra Stato britannico e industria petrolifera.
Dalla Persia all’Iran
Nel 1935 Reza Shah Pahlavi decise di ribattezzare ufficialmente il paese “Iran”, sostituendo il nome occidentale “Persia”. Di conseguenza la Anglo-Persian Oil Company cambiò denominazione in Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Durante la Seconda guerra mondiale la raffineria di Abadan acquisì un’importanza ancora maggiore. L’occupazione giapponese della Birmania e delle Indie orientali olandesi rese infatti il petrolio iraniano una delle principali fonti energetiche disponibili per il Regno Unito nell’area dell’Oceano Indiano.
Churchill sfruttò pienamente le capacità produttive della AIOC per sostenere lo sforzo bellico britannico, rafforzando ulteriormente il valore geopolitico dell’azienda. Nel dopoguerra la Anglo-Iranian avviò una forte espansione internazionale, ma parallelamente crebbe in Iran il malcontento verso il controllo straniero delle risorse nazionali.
Mossadeq, la nazionalizzazione e la crisi di Abadan
Negli anni Cinquanta il petrolio divenne il centro della politica iraniana. Molti dirigenti e tecnici iraniani accusavano la Anglo-Iranian di garantire al paese profitti insufficienti rispetto all’enorme ricchezza prodotta. Il primo ministro Haji Ali Razmara tentò una linea moderata, favorevole a un compromesso con Londra, ma nel marzo del 1951 venne assassinato.
Pochi mesi dopo salì al potere Mohammad Mossadeq, leader nazionalista deciso a riportare sotto controllo iraniano il settore petrolifero.
Mossadeq ordinò la nazionalizzazione della raffineria di Abadan e della Anglo-Iranian Oil Company, trasferendo gli asset alla National Iranian Oil Company (NIOC). La reazione britannica fu immediata. La compagnia — ormai identificata sempre più con il marchio BP — evacuò il proprio personale e organizzò un duro boicottaggio internazionale del petrolio iraniano, provocando una grave crisi economica nel paese.
Londra portò inoltre il caso davanti alla Corte Internazionale dell’Aja, ma la Corte riconobbe il diritto dell’Iran alla nazionalizzazione.
Il golpe del 1953 e le “Sette Sorelle”
Nel pieno della Guerra Fredda la crisi iraniana assunse rapidamente una dimensione geopolitica globale. Nel 1953 CIA e MI6 organizzarono un colpo di Stato contro Mossadeq, sostenendo lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Una prima operazione fallì, costringendo temporaneamente lo Scià alla fuga in Italia, ma un secondo intervento riuscì a rovesciare il governo nazionalista.
Il golpe segnò uno dei momenti decisivi della storia contemporanea del Medio Oriente. Il controllo occidentale sul petrolio iraniano venne ristabilito, ma il monopolio esclusivo della BP non fu più ricostruito.
Al suo posto nacque il cosiddetto “Consorzio per l’Iran”, dominato dalle grandi compagnie petrolifere occidentali che il manager italiano Enrico Mattei avrebbe poi definito “le Sette Sorelle”: BP, Shell, Esso, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco, alle quali si aggiungeva la francese Total.
Il consorzio acquistava petrolio dalla compagnia nazionale iraniana mantenendo di fatto il controllo della commercializzazione internazionale del greggio.
Mattei contro le “Sette Sorelle”
L’Italia rimase inizialmente esclusa dal nuovo assetto petrolifero iraniano. Enrico Mattei, presidente dell’Agip e futuro fondatore dell’ENI, aveva chiesto la partecipazione italiana al consorzio, ma senza successo. Mattei reagì costruendo una strategia autonoma. Nel 1957 fondò la Sirip (Société Irano-Italienne des Pétroles), offrendo all’Iran condizioni economiche molto più favorevoli rispetto a quelle praticate dalle grandi compagnie occidentali.
Questa politica contribuì a rompere gli equilibri consolidati del cartello petrolifero internazionale e attirò rapidamente l’ostilità delle grandi multinazionali anglo-americane.
L’eredità della Anglo-Iranian
La storia della Anglo-Iranian Oil Company mostra con particolare chiarezza come il petrolio sia stato uno dei principali strumenti di costruzione del potere globale nel Novecento. La futura BP non nacque semplicemente come impresa privata, ma come infrastruttura energetica dell’Impero britannico. Attorno al petrolio iraniano si intrecciarono industria, diplomazia, intelligence, colonialismo e guerra fredda.
Molte delle tensioni contemporanee tra Iran e Occidente continuano ancora oggi a portare le tracce di quella stagione storica. In Iran il golpe del 1953 resta uno dei simboli più forti dell’interferenza occidentale nella sovranità nazionale. In Occidente, invece, la vicenda della Anglo-Iranian rappresenta uno dei casi più evidenti di come energia e geopolitica siano state inseparabili per tutto il secolo del petrolio.
