Pechino, 2026 – Mao Zedong resta una delle figure più controverse e influenti del Novecento. Fondatore della Repubblica Popolare Cinese, leader rivoluzionario e teorico politico, Mao ha guidato la Cina dalla frammentazione interna e dalla pressione straniera alla costruzione di uno Stato socialista unificato. Ma la sua eredità porta con sé anche tragedie e contraddizioni, che continuano a segnare la memoria collettiva.
Dalle campagne allo Stato
Nato nel 1893 a Shaoshan, nello Hunan, Mao proveniva da una famiglia contadina relativamente agiata. Fin da giovane mostrò carattere ribelle e spirito critico. Dopo un primo approccio alle idee anarchiche, abbracciò il marxismo, adattandolo al contesto cinese: secondo Mao, non erano gli operai delle città, ma i contadini i veri motori della rivoluzione. Questa intuizione sarebbe alla base della strategia del Partito Comunista Cinese (PCC) durante la lunga guerra civile contro il Kuomintang e la resistenza giapponese.
Nel 1949, dopo decenni di conflitti, Mao proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, ponendo fine a anni di caos e umiliazioni subite dalle potenze straniere. Il nuovo Stato si fondava su un sistema a partito unico, con il PCC come guida assoluta della società, pronto a trasformare economia, istruzione e struttura sociale.
Progetti radicali e disastri
Gli anni Cinquanta videro Mao lanciare il Grande Balzo in Avanti, piano ambizioso per industrializzare il Paese e accelerare la transizione al comunismo. La collettivizzazione forzata e le comuni popolari portarono però a un collasso produttivo e a una carestia tra il 1959 e il 1961 che causò milioni di morti.
Negli anni Sessanta Mao lanciò la Rivoluzione Culturale, mobilitando le Guardie Rosse e scatenando un’ondata di persecuzioni contro dirigenti, intellettuali e presunti “nemici del popolo”. Il culto della personalità raggiunse l’apice: il “Grande Timoniere” divenne figura infallibile, mentre il Libretto Rosso un testo obbligatorio. La Cina visse anni di caos politico, culturale e sociale.
Gli ultimi anni e il lascito
Negli anni Settanta, Mao aprì al dialogo con gli Stati Uniti, culminato nella visita di Nixon nel 1972, sorprendendo il mondo. Alla sua morte, nel 1976, la Cina si trovò davanti a un bivio. La leadership di Deng Xiaoping inaugurò una fase di riforme economiche e mercato, pur riconoscendo il ruolo storico di Mao con il celebre bilancio: “70% giusto, 30% sbagliato”.
Oggi, Mao rimane un simbolo centrale: il suo ritratto domina Piazza Tiananmen, la sua figura è celebrata dal Partito, ma le sue politiche più radicali non vengono più applicate. Il suo nome incarna l’unità nazionale e allo stesso tempo monito sui rischi del potere assoluto.
