Anche nell’Artico il cambiamento climatico sta ridefinendo equilibri che per decenni erano rimasti congelati, in senso letterale e politico. Al centro di questa nuova corsa al Nord c’è la dorsale di Lomonosov, una catena montuosa sottomarina scoperta nel 1948 da una spedizione navale sovietica. Si estende per circa 1.800 chilometri sotto l’Oceano Artico e passa esattamente al di sotto del Polo Nord, a una profondità che raggiunge i 3.000 metri.
Per molto tempo, questa struttura geologica è rimasta una curiosità scientifica. Oggi, invece, è diventata uno dei punti più sensibili della geopolitica globale. Il motivo è semplice: secondo numerose stime, la dorsale e le aree circostanti conterrebbero enormi riserve di gas naturale e petrolio, oltre a importanti giacimenti di minerali strategici. Tra questi figurano le cosiddette terre rare, elementi indispensabili per l’elettronica, le tecnologie verdi, l’industria militare e digitale. Risorse senza le quali il mondo contemporaneo, così come lo conosciamo, non potrebbe funzionare.
La questione assume un peso ancora maggiore alla luce delle tensioni internazionali. La Cina detiene oggi una posizione dominante nell’estrazione e nella lavorazione delle terre rare e, nel contesto della competizione commerciale con gli Stati Uniti, ha recentemente imposto restrizioni alle esportazioni. In questo scenario, l’Artico appare sempre più come una possibile alternativa strategica, capace di ridisegnare le dipendenze economiche globali.
Ma chi ha il diritto di sfruttare il “tesoro” di Lomonosov? La competizione è apertissima. Russia, Canada e Danimarca – attraverso la Groenlandia – rivendicano ciascuno la dorsale come un’estensione naturale della propria piattaforma continentale. Tutti e tre hanno presentato, o stanno presentando, richieste alle Nazioni Unite per estendere i propri diritti di sfruttamento esclusivo oltre il limite delle 200 miglia nautiche previsto dalla Convenzione sul diritto del mare del 1982. Un trattato fondamentale per la governance degli oceani, che tuttavia non è mai stato ratificato dagli Stati Uniti.
Il valore simbolico e politico della disputa è emerso con forza nel 2007, quando una spedizione russa raggiunse il fondale oceanico sotto il Polo Nord con due batiscafi. Al termine dell’immersione, gli esploratori lasciarono sul fondo un oggetto del tutto fuori posto in quell’ambiente glaciale e remoto: una bandiera della Federazione Russa in titanio. Un gesto privo di valore legale, ma dal forte impatto mediatico, che rese evidente come anche le profondità più inaccessibili del pianeta siano ormai terreno di competizione.
La dorsale di Lomonosov non è soltanto una formazione geologica nascosta sotto i ghiacci: è il simbolo di un’epoca in cui il riscaldamento globale, la scarsità di risorse e le rivalità tra grandi potenze stanno spingendo l’umanità a ridisegnare, ancora una volta, la mappa del mondo.
