Le proteste che attraversano l’Iran non sono un incidente geopolitico né una manovra telecomandata dall’estero. Sono il prodotto di una frattura profonda e ormai insanabile tra la società iraniana e il potere che la governa. Nascono da condizioni materiali precise – inflazione, disoccupazione, salari svalutati, corruzione diffusa – ma si alimentano soprattutto di una sensazione più radicale: quella di essere stati esclusi da qualsiasi possibilità di futuro.
Uomini e donne che scendono in piazza a Teheran, Mashhad o Isfahan non lo fanno perché sedotti da promesse occidentali o istruiti da qualche centrale di intelligence. Lo fanno perché vivono in un sistema che ha progressivamente chiuso ogni spazio di riforma, trasformando la repressione in ordinaria amministrazione e la paura in strumento di governo. Ridurre tutto a una “rivolta pilotata” significa non solo falsificare la realtà, ma anche fare un regalo al regime, che da decenni utilizza il nemico esterno come giustificazione per la violenza interna.
Ciò non significa negare che l’Iran sia da sempre terreno di scontro geopolitico. La sua storia è segnata da colpi di Stato, sanzioni, operazioni clandestine e guerre per procura. Stati Uniti e Israele vedono Teheran come un avversario strategico; l’Europa come un problema di sicurezza; la Russia e la Cina come un alleato funzionale. In questo scenario, la sofferenza degli iraniani è spesso una variabile secondaria, quando non del tutto irrilevante.
Il punto centrale è proprio questo: nessuna grande potenza internazionale parla davvero di libertà. Il linguaggio dei diritti viene evocato solo quando coincide con interessi strategici, mentre scompare quando diventa scomodo. Le sanzioni, presentate come strumenti di pressione morale, hanno colpito soprattutto la popolazione, contribuendo a impoverire la società e a rafforzare l’apparato repressivo. Il regime, dal canto suo, ha trasformato l’assedio esterno in una narrazione identitaria: senza di noi, dice, l’Iran cadrebbe nel caos o diventerebbe una colonia.
La violenza esercitata dallo Stato iraniano non è episodica, ma strutturale. Arresti arbitrari, torture, esecuzioni, irruzioni negli ospedali e uso sistematico delle armi contro i manifestanti mostrano un potere che ha scelto di sopravvivere a qualunque costo, anche tradendo i principi religiosi che afferma di difendere. La Repubblica islamica, nata anche come rifiuto dell’imperialismo, si è progressivamente trasformata in un sistema che protegge élite ristrette e sacrifica il resto della società.
In questo contesto, anche molte opposizioni in esilio appaiono distanti dalla realtà del Paese. Parlano il linguaggio delle lobby, dei think tank e dei governi stranieri più che quello della giustizia sociale. Pensano al “day after”, ma raramente ai corpi che oggi cadono nelle strade.
Credere che qualcuno, fuori dall’Iran, voglia davvero difenderle è un’illusione altrettanto pericolosa. Tra un regime che reprime e potenze che calcolano, la libertà resta una parola pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla. E questo, oggi, accade solo nelle piazze iraniane.
