La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran apre scenari non solo militari, ma anche politici, riportando alla memoria l’epoca dello Scià. In un discorso recente, Donald Trump ha definito l’eliminazione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei «la più grande opportunità per il popolo iraniano di riprendersi il proprio Paese», aggiungendo che molti dei vertici del regime siano caduti.
Le dichiarazioni di Trump arrivano mentre rapporti giornalistici segnalano che circa quaranta alti funzionari iraniani sono stati uccisi nei bombardamenti congiunti statunitensi e israeliani del weekend scorso. La campagna contro la leadership iraniana sarebbe stata pianificata da tempo, come conferma lo stesso Trump, che ha parlato di «alcuni candidati validi» per guidare il Paese senza specificare nomi. Tuttavia, secondo precedenti comunicazioni da Washington e Tel Aviv, il riferimento più probabile è a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià e ex principe ereditario.
Reza Pahlavi ha accolto con favore la notizia e ha ringraziato Trump per «aver risposto alla chiamata del popolo iraniano». Si è mostrato come futuro leader naturale, presentando un piano di transizione, denominato “Progetto Prosperità Iran”, destinato a guidare il Paese nei primi cento giorni dopo l’eventuale crollo del regime e a garantire la stabilità e la ricostruzione a lungo termine.
È però ancora presto per dire se il regime iraniano stia davvero per cadere. Per il momento, la situazione rimane sotto controllo e le dinamiche interne restano opache. La guerra, però, prosegue: Trump ha annunciato che gli attacchi continueranno per tutta la settimana o finché necessario, con l’obiettivo dichiarato di portare pace in Medio Oriente e nel mondo. Secondo fonti statunitensi, la campagna aerea dovrebbe durare almeno cinque giorni, fino a completamento della missione.
Israele, dal canto suo, non è riuscito a colpire la leadership iraniana nella prima fase e ora sembra intenzionato a non lasciarsi sfuggire l’occasione. Nel frattempo, Reza Pahlavi emerge come figura centrale nei media americani. Le sue visite a Israele e le dichiarazioni sul futuro “Iran libero” indicano un chiaro legame con Tel Aviv: secondo Pahlavi, un suo eventuale governo aderirebbe subito agli Accordi di Abramo, offrendo garanzie di sicurezza e cooperazione.
Il percorso di Pahlavi richiama il passato. Durante l’era dello Scià, l’Iran era alleato strategico di Israele, con stretti rapporti di intelligence tra il Mossad e la SAVAK e una cooperazione che includeva anche progetti energetici. Tel Aviv garantiva all’Iran l’accesso all’Occidente e il sostegno degli Stati Uniti, mentre lo Scià offriva a Israele un alleato non arabo in Medio Oriente. Oggi, la promessa di Pahlavi di aderire agli Accordi di Abramo sembra voler rilanciare quella logica, adattandola ai tempi moderni: il riconoscimento internazionale e il sostegno politico passano dalla sicurezza di Israele.
Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran ha assunto il ruolo di contrappeso alla presenza israeliana, sostenendo la resistenza regionale e allontanandosi dall’Occidente. Ora, con la guerra in corso e le ambizioni di Pahlavi, si apre la possibilità di un nuovo allineamento: un Iran che torni a giocare un ruolo di stabilità regionale ma sotto la supervisione di Washington e Tel Aviv.
Gli eventi mostrano che la regione è sull’orlo di cambiamenti profondi. Per la prima volta dopo decenni, l’egemonia iraniana è minacciata, mentre gli Stati del Golfo e le altre grandi potenze regionali appaiono privi di autonomia decisionale, lasciando spazio all’influenza esterna. L’“era israeliana”, come osservano alcuni analisti, sembra avanzare, mentre il futuro del regime iraniano resta legato alla sua capacità di reagire efficacemente agli attacchi in corso.
