La crescente preoccupazione internazionale per l’eccessiva dipendenza delle catene globali del valore dalla Cina ha progressivamente spostato l’attenzione verso l’India come possibile alternativa manifatturiera. Questa dinamica è diventata evidente nel 2021, quando India, Giappone e Australia hanno lanciato la Resilient Supply Chain Initiative, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento globali e ridurre le vulnerabilità emerse negli ultimi anni.
L’iniziativa nasce in un contesto segnato da shock sistemici: la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina, le interruzioni economiche recenti e la crescente rivalità geopolitica nell’Indo-Pacifico. In questo scenario, l’India appare un candidato naturale per la diversificazione produttiva. Il paese è leader mondiale nei servizi informatici e nell’outsourcing software, possiede il terzo settore farmaceutico globale per dimensioni ed è il principale produttore di farmaci generici e vaccini. Inoltre occupa posizioni rilevanti in comparti come telecomunicazioni, automotive, chimica ed elettronica di consumo.
Tuttavia, trasformare questo potenziale in una reale alternativa alle supply chain dominate dalla Cina richiede profondi cambiamenti strutturali. Un primo problema riguarda la dipendenza dell’industria indiana da forniture estere, inclusi componenti provenienti proprio dalla Cina. Il settore farmaceutico, ad esempio, importa circa il 70% dei principi attivi, con percentuali ancora più elevate per gli antibiotici. Analogamente, nell’industria automobilistica l’India svolge spesso il ruolo di mercato finale di assemblaggio piuttosto che di hub produttivo regionale nelle fasi a maggiore valore aggiunto.
A queste criticità si aggiungono rischi infrastrutturali e costi nascosti. Eventi climatici come le inondazioni monsoniche, carenze energetiche, inefficienze logistiche e problemi amministrativi possono rallentare la produzione e aumentare i costi operativi. Studi di settore evidenziano che una parte significativa dei costi indiretti deriva da trasporti inefficienti, gestione dei magazzini e scarsa digitalizzazione dei processi. Anche episodi di tensione sociale o cattiva gestione aziendale hanno evidenziato vulnerabilità nel contesto industriale locale.
Una possibile risposta risiede nello sviluppo di cluster industriali pianificati e integrati nelle catene globali. Esperienze in Asia orientale mostrano come la concentrazione geografica delle imprese, accompagnata da incentivi fiscali e normativi, favorisca innovazione, trasferimento tecnologico e attrazione di capitali. In India, progetti come le zone economiche speciali e le Coastal Economic Zones legate alle politiche industriali del governo mirano a creare ecosistemi produttivi competitivi, anche se non mancano resistenze politiche e questioni legate alla governance territoriale.
In questo quadro, la collaborazione con partner tecnologicamente avanzati diventa cruciale. Giappone e Taiwan possiedono competenze industriali e know-how fondamentali per rafforzare la competitività delle supply chain indiane. L’iniziativa trilaterale potrebbe quindi evolvere da semplice piattaforma di dialogo a strumento operativo per progetti pilota, trasferimento tecnologico e coordinamento politico, eventualmente collegandosi anche al quadro strategico del Quadrilateral Security Dialogue.
Le trasformazioni geopolitiche in corso stanno creando una finestra di opportunità per Nuova Delhi. Politiche di incentivo alla produzione e strategie industriali mirate hanno già favorito il trasferimento di segmenti della filiera elettronica nel paese. Tuttavia, il successo nel lungo periodo dipenderà dalla capacità di garantire stabilità normativa, infrastrutture efficienti e una pianificazione industriale sostenibile. Se queste condizioni verranno soddisfatte, l’India potrà emergere come uno dei principali poli manifatturieri del sistema economico internazionale in trasformazione.
