Leonid Il’ič Bréžnev (1906–1982) fu un politico e generale sovietico, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, di fatto, capo dell’URSS dal 1964 al 1982. All’inizio del suo mandato condivise il potere con altri membri del Politburo, tra cui Alexej Kosygin e Nikolaj Podgornyj, ma negli anni successivi consolidò un controllo quasi totale, creando un sistema complesso di apparati burocratici e partiti che univano lo Stato al PCUS. Il suo potere era tale che, negli ultimi anni, il principale ostacolo alla sua autorità divenne la salute stessa, compromessa da numerose malattie cardiovascolari e respiratorie.
Nato a Kamenskoe, nell’odierna Ucraina, in una famiglia operaia, Bréžnev ricevette un’educazione tecnica e si laureò in ingegneria metallurgica. Entrato nel Komsomol nel 1923 e nel Partito Comunista nel 1931, iniziò la carriera politica e lavorativa nelle industrie metallurgiche dell’Ucraina orientale. Negli anni ’30 prestò servizio militare come commissario politico, acquisendo esperienza nella gestione di unità corazzate. Durante la Seconda Guerra Mondiale ricoprì ruoli politici di rilievo nei vari fronti dell’Armata Rossa, fino a raggiungere il grado di maggiore generale, con incarichi principalmente amministrativi e di controllo politico.
Dopo il conflitto, Bréžnev intraprese la carriera civile, diventando primo segretario del Partito in città chiave come Dnipropetrovsk e, successivamente, in Moldavia. Entrato a far parte del Comitato Centrale e del Politburo, fu nominato presidente del Presidium del Soviet Supremo nel 1960, posizione che formalmente lo rendeva capo dello Stato. Nel 1964, con la rimozione di Nikita Chruščëv, divenne primo segretario del PCUS e, nel 1977, combinando la leadership del partito con quella dello Stato, consolidò un potere senza precedenti nella storia sovietica.
La politica estera di Bréžnev è ricordata soprattutto per la cosiddetta “dottrina Brežnev” o teoria della sovranità limitata, che giustificava l’intervento militare nei paesi del Patto di Varsavia per mantenere il controllo del blocco comunista. Questo principio fu applicato nell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e in Afghanistan nel 1979. Contemporaneamente, cercò momenti di distensione con gli Stati Uniti, firmando gli accordi SALT I e SALT II, e rafforzò i rapporti con Germania Ovest, Francia e altri Paesi.
Sul piano interno, guidò tre piani quinquennali, l’ottavo, il nono e il decimo, con risultati misti: inizialmente vi fu crescita dell’industria e miglioramento del tenore di vita, ma dalla metà degli anni ’70 si registrò un rallentamento economico, in particolare nel settore agricolo, contribuendo al fenomeno della stagnazione sovietica.
Bréžnev era anche noto per la passione per le automobili di lusso: possedeva circa cinquanta vetture tra Rolls-Royce, Mercedes e Cadillac, molte delle quali guidava personalmente. La celebre fotografia del “bacio alla sovietica” con Erich Honecker nel 1979 divenne un’icona della Guerra Fredda.
Sposato con Viktoria Denisova dal 1928, ebbe due figli, Galina e Jurij. Morì il 10 novembre 1982 a causa di un infarto e fu sepolto nella necropoli del Cremlino. L’eredità del suo lungo governo è controversa: se da un lato garantì stabilità e rafforzò la posizione internazionale dell’URSS, dall’altro acutizzò la burocrazia e l’immobilismo economico, ponendo le basi per le riforme di Michail Gorbačëv.
