Lo scorso 16 luglio le forze armate israeliane hanno condotto diversi attacchi in territorio siriano, con l’obiettivo dichiarato di proteggere la minoranza drusa in seguito ai violenti scontri scoppiati tra milizie druse, tribù beduine sunnite e forze governative nella provincia di Suwayda (Siria meridionale).
I drusi sono una comunità religiosa e culturale mediorientale, etnicamente araba, le cui origini risalgono al X secolo, sviluppatasi a partire dall’Islam ismailita (una branca esoterica e filosofica dello sciismo), ma dotata di tratti fortemente autonomi e originali, tanto da costituire oggi una religione a sé stante. La comunità drusa è chiusa alla conversione: non è possibile diventare druso se non si nasce tale. Oggi, i drusi sono stimati in circa 1,5 milioni di persone, distribuiti soprattutto in Libano, Siria, Israele e Giordania.
In Siria, i drusi rappresentano una comunità di circa 700.000 persone concentrata soprattutto nella regione di Suwayda, detta “Jabal al-Duruz”, cioè “Montagna dei Drusi”. Durante la guerra civile, molte milizie druse si sono organizzate autonomamente per la difesa locale, senza aderire né all’opposizione né pienamente al regime di Bashar al-Assad, nei confronti del quale hanno spesso mantenuto una posizione di relativa indipendenza. La comunità drusa rivendica la gestione autonoma della sicurezza, delle risorse e dei servizi sul proprio territorio di competenza, scontrandosi inevitabilmente con le ambizioni di controllo centrale del nuovo governo siriano a base ideologica salafita sunnita.
In Israele, la comunità drusa, circa 150.000 persone che vivono principalmente in Galilea e nelle Alture del Golan, è tradizionalmente considerata un partner leale e strategico. A differenza di altri cittadini arabi di Israele, i drusi di Galilea servono nell’esercito israeliano, anche in ruoli di comando, e sono spesso integrati nelle istituzioni statali. Esiste un patto non scritto di lealtà reciproca, rinsaldato da relazioni familiari e militari. Sono stati proprio i vertici militari drusi israeliani ad appellarsi con una lettera direttamente a Benjamin Netanyahu: “In nome dei valori morali dello Stato di Israele – hanno scritto – ordini un’azione immediata per fornire assistenza militare o umanitaria ai membri della comunità. Fornisca equipaggiamento e protezione ai membri delle comunità colpite”.
I timori dei drusi israeliani sono pienamente giustificati dalle condizioni di estremo pericolo in cui versano le minoranze etniche e religiose che compongono la galassia siriana. Le persecuzioni contro la comunità alawita, tradizionalmente associata al regime Bashar al-Assad, hanno provocato, dopo la sua caduta, oltre 1.500 morti, in una feroce ondata di violenza settaria e pulizia etnica che ha colpito civili, ex militari e religiosi.
Il raid israeliano e gli scontri di Suwayda
A seguito di alcune vendette personali per questioni legate a furti e rapimenti, tra il 6 e il 9 luglio nelle campagne di Suwayda scoppiano disordini locali tra comunità drusa e gruppi beduini sunniti. Gli scontri degenerano in violente faide armate che in pochi giorni causano almeno 150 morti. Il 10 luglio, il regime siriano, oggi comandato dall’ex jihadista Ahmad al-Shara’a (noto anche come Abu Mohammad al‑Jolani), invia truppe regolari verso Suwayda, ufficialmente per “ristabilire l’ordine”. Tuttavia, molti drusi rifiutano l’intervento governativo, considerandolo un pretesto per occupare la regione, e diverse milizie locali respingono i tentativi di ingresso con le armi.
Il 15 luglio, il ministro della Difesa siriano annuncia un primo cessate il fuoco, mediato dalle autorità religiose druse: le forze governative devono ritirarsi, lasciando la gestione della sicurezza interna agli stessi drusi, sotto la supervisione di Stati Uniti, Turchia e altri paesi arabi. Il giorno successivo, a seguito di numerose violazioni della tregua, Israele lancia il suo attacco, sostenendo di voler imporre una netta interruzione alle operazioni del regime siriano nella regione di Suwayda.

Gli obiettivi principali del raid israeliano sono stati il Quartier generale dell’Esercito siriano, il Ministero della Difesa e aree adiacenti al Palazzo Presidenziale di Damasco. Inoltre, vengono colpiti convogli di forze siriane, depositi di armi e obiettivi militari nell’area di Suwayda. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, nel frattempo, promette ulteriori attacchi in caso di mancato ritiro delle Forze armate di Damasco dalla provincia di Suwayda.
Una seconda tregua, annunciata dal ministero della Difesa di Damasco nella serata del 16 luglio, si rivela fragile e infruttuosa e non interrompe gli scontri tra drusi e beduini, questi ultimi sostenuti dalle forze governative. Il 19 luglio Tom Barrack, l’ambasciatore americano in Turchia, annuncia che Israele e Siria hanno concordato un nuovo cessate il fuoco, supportato da Turchia, Giordania e altri Paesi vicini. Le forze di sicurezza siriane, con il beneplacito israeliano, iniziano a dispiegarsi nella provincia di Suwayda. L’obiettivo è “proteggere i civili e porre fine al caos“, spiega Noureddine al-Baba, il portavoce del ministero dell’Interno.
Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), la settimana di violenze ha causato 718 vittime: tra queste, 146 combattenti drusi e 245 civili, molti dei quali giustiziati in maniera sommaria, 21 combattenti beduini e 287 soldati governativi. Altri 15 soldati siriani sono stati uccisi a seguito dei raid aerei israeliani.
I timori di Damasco e le ambizioni di Tel Aviv
Tradizionalmente autonomi e restii a diventare pedine di un gioco più grande di loro, i leader religiosi della comunità drusa siriana hanno condannato l’intervento israeliano. Pur riconoscendo la minaccia alla loro sicurezza, insistono per una gestione interna dei problemi, denunciando interferenze esterne.
Dal canto suo, Damasco teme che Israele voglia utilizzare la questione drusa per estendere la sua influenza in territorio siriano, indebolendo gli sforzi governativi per acquisire il controllo dell’intero Paese, estremamente frammentato sia dal punto di vista etnico che religioso.
Anche in questo caso, i timori non sono infondati. Al di là del pretesto rappresentato dalla questione drusa, il sud-ovest della Siria ha per Israele un valore strategico: rappresenta un’importante zona cuscinetto e costituisce parte integrante di quel corridoio aereo che ha consentito le recenti operazioni militari condotte in Iran. Con l’intervento armato, lo Stato ebraico segnala inoltre ai miliziani governativi di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), da anni finanziati dal governo turco, che la sua presenza in Siria non è accessoria.
Tel Aviv, a seguito della caduta del regime di Bashar al-Assad (dicembre 2024), era già avanzata nel Golan siriano oltre la linea del trattato del 1974, successivo alla Guerra del Kippur, installando postazioni militari, con il pretesto di creare una fascia di sicurezza, controllare armi abbandonate e colpire possibili minacce. Inizialmente, l’intervento è stato presentato come temporaneo, ma in seguito Israele ha di fatto prolungato la sua presenza, definendo “illimitato” il controllo su alcune aree. Del resto, come ha più volte evidenziato il direttore della rivista Limes Lucio Caracciolo, esiste un filone nell’establishment israeliano che considera Damasco parte del Grande Israele, sulla scia del Piano Allon (1967) e di visioni ultranazionaliste, e che incoraggia un’espansione oltre i confini internazionalmente riconosciuti.
La reazione turca e i possibili sviluppi futuri
La Turchia ha avuto un ruolo centrale, insieme ai servizi anglo-americani, nella caduta del regime di Bashar al-Assad e nell’insediamento del nuovo governo sunnita di Ahmad al-Shara’a. Per Ankara, che di fatto controlla con milizie filo-turche la parte nord-occidentale della regione, la Siria ha rilevanza strategica: in funzione anti-iraniana, per impedire la nascita di uno Stato curdo autonomo, ridurre l’impatto sociale e politico della crisi migratoria dovuta alla guerra civile (la Turchia ospita oltre 3,5 milioni di profughi siriani) e proiettare la propria influenza in Medio Oriente.
Il 17 luglio il parlamento di Ankara ha approvato una mozione di condanna contro lo Stato ebraico. Durante il resoconto, successivo al Consiglio dei Ministri, il presidente Recep Tayyip Erdoğan è apparso in televisione dichiarando:
In questo momento, il problema più grande nella nostra regione è l’aggressione di Israele […] la preservazione dell’integrità territoriale della nostra vicina Siria è una nostra politica fondamentale. Non ne abbiamo accettato la divisione in passato e non la accetteremo oggi né in futuro”.
Al di là della retorica e delle dichiarazioni di facciata, al momento turchi e israeliani partecipano entrambi alla spartizione, negoziata dagli Stati Uniti, del martoriato territorio siriano. Ma se in futuro Israele dovesse intensificare la sua politica espansionistica, il quadrante siriano potrebbe trasformarsi in un teatro di scontro diretto tra le due potenze regionali.
Per adesso, va verificata la tenuta della tregua faticosamente raggiunta il 19 luglio. Da poco uscita dallo scontro con Teheran, Israele dovrebbe essere più propensa al raggiungimento di un accordo con Damasco che a una nuova escalation sul fronte siriano. Anche in considerazione degli altri teatri di guerra che attualmente la impegnano: dal Libano, oggetto negli ultimi giorni di nuovi bombardamenti, alla Striscia di Gaza, dove diverse ONG internazionali – tra cui Medici Senza Frontiere, Save the Children e Oxfam – denunciano una carestia di massa e una popolazione civile sottoposta a continui attacchi, in un contesto che da tempo presenta i connotati di una vera e propria pulizia etnica.
Intanto, lo scorso 16 luglio il quotidiano Haaretz ha reso noto che il fenomeno dei suicidi tra i soldati israeliani sta seriamente crescendo, mostrando un trend allarmante rispetto agli anni precedenti: negli ultimi 15 mesi, almeno 42 soldati israeliani si sono tolti la vita, di cui 15 nel solo 2025. Dall’inizio del conflitto (ottobre 2023), sono stati diagnosticati disturbi psicologici per traumi da guerra, stress, depressione e senso di colpa post-combattimento a oltre 80.000 militari. Diverse agenzie di stampa hanno segnalato che, negli ultimi mesi, migliaia di soldati israeliani, tra cui riservisti e ufficiali, si sono rifiutati di tornare a combattere a Gaza, mentre nell’opinione pubblica non cessano le polemiche per l’esenzione degli ebrei haredim dal servizio militare. Veterani e associazioni militari sottolineano che la crisi mentale è oggi la più seria minaccia interna alle Forze di Difesa israeliane (IDF), e rischia di compromettere la morale, la coesione e la capacità operativa dell’esercito.
Tutti indicatori che rivelano la crisi profonda che attraversa da tempo la società ebraica, trascinata da Benjamin Netanyahu in uno stato di guerra permanente perpetrato su più fronti. Una condizione essenziale al mantenimento del suo potere politico, i cui costi si rivelano drammatici, ogni giorno di più. Anche per il futuro stesso dello Stato ebraico, sul quale la pressione internazionale, sebbene al momento infruttuosa, è sempre più forte.
