Dopo quasi quattro anni di conflitto, sforzi diplomatici e tentativi di negoziati naufragati – intensificati con il governo Trump bis – l’attuale punto focale che potrebbe davvero portare ad una svolta pacifica sarà la cessione o meno del Donbas ai russi.
L’occupazione di questa terra era già iniziata con l’invasione della Crimea del 2014, poi esacerbata con l’inizio delle operazioni belliche del 2022, ed a oggi rimane solo per il 20 percento di pertinenza ucraina.
Tuttavia, per la peculiare posizione militare e strategica, gli ucraini considerano la regione del Donbas una sorta di cintura di sicurezza, senza la quale l’ingresso alle truppe russe nell’intero territorio nazionale sarebbe considerevolmente facilitato.
Il territorio del Donbas, composta dalle due regioni del Donetsk e Luhansk (occupata quest’ultima interamente dai russi). raccoglie un agglomerato urbano formato da cinque città, grandi e piccole. Si estende per 50 chilometri in una linea che va da nord a sud, quasi come fosse una barriera davanti all’avanzata dei russi. Le cinque città sono Liman, Sloviansk, Kramatorsk, Druzkhivka e Kostiantynivka. Proprio per la posizione strategica rappresenta a livello geografico-militare una porta blindata, che consente agli ucraini anche di aver maggior peso negoziale.
Trump – cucitosi addosso il ruolo di mediatore di pace – aveva inserito l’annessione russa del Donbas all’interno dell’accordo di Pace di 28 punti. Sia il punto riguardante il destino del Donbas, che altre clausole sono state giudicate da Zelensky come estremamente faziose e sbilanciate a favore della Russia.
Per cui, il Presidente americano, ha ben pensato di riformulare l’accordo sul Donbas proponendo che il 20 percento del territorio ancora sotto il controllo ucraino diventi una cosiddetta “zona economica libera”. Ovvero un confine neutrale. Ma sarebbe davvero così? I dubbi sono molti, siccome all’interno della clausola viene detto che l’Ucraina avrebbe a quel punto l’obbligo di ritirare il suo esercito, mentre le forze militari russe rimarrebbero sul territorio con il solo obbligo di non avanzare ulteriormente in terra ucraina.
Zelenky ha, prevedibilmente, rigettato anche questa formulazione, ritenendola iniqua; ed ha formulato la sua controproposta: che la zona sia completamente demilitarizzata.
Intanto il pressing sul presidente ucraino si addensa sotto diverse sfumature: da un lato Trump che intima una celere conduzione dei trattati, e dall’altro la critica che aleggia da diversi mesi nei suoi confronti della mancata rinnovazione delle elezioni, e dunque del paventato vulnus di democraticità del suo governo (detto poi da chi ha istigato un assalto a Capitol Hill quando ha perso le elezioni nel 2020).
In Ucraina le elezioni sono sospese da febbraio del 2022 a causa dell’invasione russa su larga scala ed il governo ucraino ha introdotto la legge marziale: mentre questa è in vigore la Costituzione ucraina vieta esplicitamente di indire elezioni. Ed è comprensibile che in fase belligerante sia tutto sospeso: sia per evitare una disgregazione politica, sia perché il concreto espletamento del voto, e dunque l’affluenza alle urne, potrebbe creare diversi obiettivi militari per il paese nemico. Inoltre gli elettori e le elettrici che vivono nelle zone di combattimento, o in quelle occupate dall’esercito russo, sarebbero private del loro diritto di voto. Non esiste nemmeno un sistema di voto per corrispondenza.
Tuttavia, Zelensky recentemente si è detto pronto ad andare alle elezioni a condizione che gli alleati dell’Ucraina ne garantiscano la sicurezza.
Il quadro che ne viene restituito è che gli accordi di Pace condotti da Trump siano un pretesto per riaffermare – a dispetto dell’isolazionismo millantato dallo slogan America Fist – un atlantismo affaristico ed utilitaristico, verso cui i diritti umani e l’autodeterminazione dei popoli sono destinati a sfaldarsi.
