Nato nel pieno di una delle fasi più instabili del Medio Oriente contemporaneo, il formato E3 rappresenta uno dei tentativi più duraturi dell’Europa di ritagliarsi un ruolo autonomo nella diplomazia internazionale. Creato nel 2003 da Francia, Germania e Regno Unito, l’E3 nasce con un obiettivo preciso: aprire un canale di dialogo diretto con l’Iran per fermarne il programma di arricchimento dell’uranio ed evitare una nuova guerra nella regione.
Il contesto è quello successivo all’invasione statunitense dell’Iraq. Con Saddam Hussein rovesciato e Washington pronta a intervenire contro altri regimi considerati ostili, l’Iran finisce sotto osservazione per il suo programma nucleare. Temendo un’escalation militare, Parigi, Berlino e Londra decidono di muoversi insieme, dando vita a un formato informale ma politicamente significativo.
Il primo vero banco di prova arriva nell’ottobre 2003, quando i ministri degli Esteri dei tre Paesi volano a Teheran per convincere la leadership iraniana a sospendere l’arricchimento dell’uranio. L’obiettivo è duplice: scongiurare un intervento militare degli Stati Uniti e costruire un percorso negoziale basato sulla diplomazia e sulla fiducia reciproca. Da allora, l’E3 lavora spesso lontano dai riflettori, puntando su una strategia di pazienza, realismo e dialogo costante.
Il momento di massimo successo arriva il 14 luglio 2015, con la firma a Vienna del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), il più importante accordo internazionale sul nucleare iraniano. Al tavolo siedono non solo i tre Paesi europei, ma anche Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, con la Germania e l’Unione europea in un ruolo centrale di mediazione. Per l’Europa è una rara occasione di protagonismo geopolitico.
L’equilibrio si spezza nel 2018, quando il presidente statunitense Donald Trump decide di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo e reintrodurre dure sanzioni contro Teheran. Il JCPOA entra in crisi e il lavoro dell’E3 si fa più complesso. Nonostante ciò, Francia, Germania e Regno Unito continuano a mantenere aperto il canale con l’Iran, nel tentativo di preservare almeno in parte l’intesa e di evitare un collasso definitivo del dialogo.
Già dal 2004, per evitare che il negoziato diventasse un affare esclusivamente trilaterale, l’Unione europea aveva assunto un ruolo più strutturato. Prima con Javier Solana, poi con Catherine Ashton e Federica Mogherini, Bruxelles diventa il perno istituzionale dei colloqui, affiancando il nucleo politico dell’E3 e garantendo continuità diplomatica.
Nel corso degli anni, il formato si è progressivamente ampliato. Dal 2006 entrano nel dialogo anche Stati Uniti, Russia e Cina, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva nuove sanzioni contro l’Iran. Allo stesso tempo, l’E3 estende il proprio raggio d’azione, intervenendo su altri dossier sensibili, dalla guerra in Siria alle grandi crisi diplomatiche che hanno segnato le divergenze tra Europa e Stati Uniti, come l’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi.
Oggi, a più di vent’anni dalla sua nascita, l’E3 è tornato al centro della scena. I colloqui di Ginevra rappresentano l’ennesimo tentativo di trovare uno spiraglio diplomatico per fermare l’escalation regionale e riportare l’Iran a un confronto costruttivo con la comunità internazionale. Un formato nato quasi per necessità, che continua a sopravvivere come uno dei pochi strumenti europei di dialogo in uno scenario globale sempre più instabile.
