Dopo anni di rafforzata cooperazione, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), l’organizzazione regionale simbolo di unità tra i paesi del Golfo Persico, sembra attraversare una crisi profonda che potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri geopolitici della regione. La recente crisi tra Arabia Saudita e Qatar, iniziata nel giugno 2017, ha evidenziato le tensioni interne all’alleanza e ha portato a un possibile affossamento del progetto di unione politica ed economica nel Golfo.
Il primo segnale di questa frattura si è manifestato il 5 dicembre 2017, durante il primo incontro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) dopo l’instaurarsi dello scontro tra Riad e Doha. A questa riunione, solo Qatar e Kuwait hanno inviato rappresentanti ufficiali, mentre gli altri paesi membri hanno partecipato con delegati di secondo piano. La sessione, annunciata per durare due giorni, si è conclusa in poche ore senza decisioni rilevanti, mostrando chiaramente la distanza tra i membri.
Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), nato nel 1981, si è progressivamente affermato come un blocco compatto grazie alla limitata superficie (2,41 milioni di km²) e alla popolazione di circa 50 milioni di abitanti, con un PIL che supera i 1,6 trilioni di dollari. Tuttavia, le recenti tensioni e le divergenze politiche, alimentate dalla campagna di embargo contro il Qatar e dalla crisi in Yemen, hanno dato luogo a una vera e propria rottura dell’unità dell’alleanza.
La nascita di un nuovo organismo di coordinamento
Un elemento chiave di questa crisi è l’annuncio di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita di aver istituito un nuovo comitato di cooperazione, che opererà indipendentemente dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e coordinerà le politiche militari, politiche, economiche, commerciali e culturali tra i due paesi. Il presidente emiratino Shaikh Khalifa Bin Zayed Al Nahyan ha firmato una risoluzione per questa nuova istituzione, con Shaikh Mohammad Bin Zayed come presidente e Shaikh Mansour come vicepresidente.
Questa iniziativa rappresenta una risposta alle difficoltà incontrate dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) nel mantenere coese le politiche regionali e riflette una volontà di allentare i legami con gli altri membri più ‘fragili’, come il Qatar, e di focalizzare l’azione su Riad e Abu Dhabi. La decisione arriva in un momento di grande incertezza, con la famiglia reale saudita che sta accentuando il suo potere e consolidando ruoli chiave all’interno dello Stato, come dimostra la sostituzione del ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir con Khalid bin Salman, fratello minore del principe ereditario.
Una divisione tra attori ricchi e diseguali
Il rafforzamento dei legami tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si inserisce in un quadro di profonde diseguaglianze economiche e politiche. Secondo il Global Wealth Report 2017 del Credit Suisse, l’Arabia Saudita detiene ricchezze per circa 772 miliardi di dollari, mentre gli Emirati arrivano a 603 miliardi. Al contrario, Kuwait e Qatar possiedono rispettivamente 292 e 218 miliardi di dollari. Questa disparità economica si traduce anche in diverse visioni strategiche e limiti di manovra all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).
Un’alternativa nel Medio Oriente?
L’iniziativa di Riad e Abu Dhabi di creare un proprio spazio di coordinamento potrebbe segnare una svolta decisiva, permettendo ai due paesi di agire unilateralmente e di perseguire i propri obiettivi senza dover necessariamente mediare con gli altri membri dell’alleanza. La situazione è strettamente collegata alle sfide nelle operazioni militari in Yemen, dove l’Arabia Saudita e gli Emirati affrontano ostacoli crescenti e attacchi provenienti dai ribelli Houthi, e alle tensioni con altri attori regionali, come Libia, Iraq e Libano.
