Dal primo gennaio 2026, la presidenza dei BRICS è ufficialmente passata all’India, che propone un’agenda basata su quattro pilastri: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Si tratta di un passaggio di grande rilevanza per il gruppo, che oggi comprende undici paesi – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto, Etiopia e Indonesia – e rappresenta circa 4 miliardi di abitanti, il 41% del PIL globale (calcolato in parità di potere d’acquisto), il 37% del commercio mondiale e oltre la metà della capacità energetica globale. Il PIL aggregato dei BRICS supera oggi quello del G7.
Ogni paese membro affronta sfide interne complesse, dall’economia alla politica, come dimostra la situazione in Iran. Tuttavia, l’India emerge per la sua posizione relativamente equilibrata: pur mantenendo buoni rapporti con l’Occidente, è indipendente anche rispetto alle politiche di Cina e Russia. La sua autonomia si è già vista nel 2020, quando l’amministrazione Trump tentò di imporre pesanti dazi alle imprese indiane, ottenendo un secco rifiuto.
Nel discorso inaugurale della presidenza, il ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, ha ribadito la centralità del multilateralismo rispetto al protezionismo e ha respinto l’uso della finanza come arma politica o l’applicazione selettiva delle regole internazionali.
Sul fronte commerciale, l’India ha consolidato la propria influenza: nel 2025 ha superato la Cina come principale acquirente di petrolio russo, importando quasi 2 milioni di barili al giorno a prezzo scontato, con un risparmio stimato di 17 miliardi di dollari. Gran parte di questo greggio è raffinato per produrre diesel e carburante per aerei, poi esportati in Europa. Inoltre, accordi commerciali in rupia-rublo hanno reso il commercio meno vulnerabile ai sistemi finanziari occidentali.
L’India sta anche sviluppando due importanti corridoi infrastrutturali: il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (INSTC), che collega il Paese all’Eurasia attraverso l’Iran, e il Corridoio Economico India – Medio Oriente – Europa (IMEC), progettato per bypassare il Canale di Suez e collegare direttamente l’India al continente europeo.
Nonostante le pressioni statunitensi e la retorica aggressiva di Washington, il Sud globale mostra di non voler accettare un nuovo dominio esterno. Come sottolineato dal recente accordo tra la New Development Bank (NDB) dei BRICS e l’Islamic Development Bank di Jeddah, coinvolgendo 57 paesi in progetti di sviluppo, la cooperazione tra membri va oltre le parole e si misura nei fatti concreti.
I BRICS nascono vent’anni fa con l’obiettivo di rafforzare l’ordine multilaterale e proteggere le economie emergenti dagli effetti devastanti delle crisi finanziarie globali. Le differenze tra Cina e India, oggi enfatizzate dai media, sono sempre state presenti, ma non hanno mai impedito la cooperazione multilaterale.
La presidenza indiana si concentrerà su tre obiettivi principali: sviluppare economia reale, infrastrutture e digitale; rafforzare la NDB attraverso monete locali e strumenti di finanziamento innovativi; e riformare la governance globale, a partire dalle Nazioni Unite, per rappresentare meglio gli interessi del Sud globale.
La leadership indiana dei BRICS nel 2026 sarà un vero e proprio test per verificare se le potenze emergenti possono guidare senza replicare gli eccessi di un’egemonia in declino. Di fronte all’unilateralismo sempre più aggressivo degli Stati Uniti, i BRICS si propongono come correttivo necessario, promuovendo la responsabilità multipolare più che la rivalità multipolare. In questo scenario, sarebbe auspicabile un ruolo più attivo dell’Unione Europea, che non può permettersi di restare a guardare.
