Ali Larijani è uno dei protagonisti più influenti della politica iraniana degli ultimi decenni, un volto chiave del sistema di potere della Repubblica Islamica e una figura centrale nel definire la strategia interna ed esterna del Paese. Nato nel 1957 a Najaf, in Iraq, in una famiglia religiosa sciita, Larijani si è formato in filosofia e scienze politiche, ma ha sviluppato anche competenze tecniche e ingegneristiche, che gli hanno permesso di muoversi agevolmente tra apparati militari, intellettuali e diplomatici.
La sua carriera è stata segnata da ruoli di grande responsabilità: ha lavorato come capo del Servizio di Sicurezza Nazionale, è stato portavoce del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e ha guidato il Parlamento iraniano come presidente dal 2008 al 2020. In questi anni, Larijani si è distinto per un pragmatismo calibrato, capace di mediare tra correnti conservatrici e riformiste e di rappresentare una voce autorevole nei negoziati internazionali, in particolare sul dossier nucleare iraniano. La sua influenza si estende anche al settore militare: la sua esperienza nei rapporti con i Guardiani della Rivoluzione e con i vertici delle forze armate gli consente di intervenire nelle decisioni strategiche, soprattutto quando la sicurezza nazionale è in gioco. Conosciuto per un approccio cauto ma determinato, Larijani è considerato uno dei principali fautori della linea della difesa nazionale e della continuità storica della Repubblica Islamica.
Oggi, Larijani emerge nuovamente come voce di riferimento nel contesto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Dopo l’operazione congiunta ‘Leone ruggente’, l’aviazione israeliana ha lanciato quella che viene definita una “massiccia ondata di attacchi” contro la capitale iraniana, mentre Teheran ha risposto colpendo obiettivi in Israele e nella Cisgiordania occupata. Le azioni militari hanno già coinvolto 131 città iraniane, causando 555 vittime secondo la Croce Rossa. Tra queste, 165 morti e 96 feriti provengono dalla scuola elementare femminile di Minab, nel sud del Paese, colpita vicino a una base dei Guardiani della Rivoluzione.
L’escalation non risparmia Israele. Sirene antiaeree sono scattate nella capitale Tel Aviv e in altre aree, costringendo i membri della Commissione Affari Esteri e Difesa del parlamento a interrompere una riunione e a rifugiarsi nei bunker. Alcuni deputati hanno diffuso selfie dal rifugio, a testimonianza della pressione diretta che il conflitto esercita sulle istituzioni. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno annunciato di aver colpito l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu e il quartier generale dell’aeronautica militare israeliana, sebbene fonti israeliane riferiscano che non ci sono feriti.
In questo clima, le dichiarazioni dei leader internazionali evidenziano la volontà di proseguire la pressione. In un’intervista alla CNN, Donald Trump ha affermato che “non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente” e che finora gli attacchi sono solo una fase preliminare. “Li stiamo facendo a pezzi – ha detto – ma la grande ondata deve ancora arrivare. Abbiamo il miglior esercito del mondo e lo stiamo usando”. Alla domanda sulla durata della guerra, ha precisato di non volerne una troppo lunga, pur ammettendo che i tempi si stanno già anticipando rispetto alle previsioni iniziali di quattro settimane.
Sul fronte iraniano, Larijani ha ribadito la resilienza del Paese, sottolineando che l’Iran è pronto a sostenere un conflitto prolungato, a differenza degli Stati Uniti. “Negli ultimi 300 anni l’Iran non ha mai iniziato una guerra – ha scritto su X – ma ci difenderemo con onore e proteggeremo i nostri seimila anni di civiltà, a qualunque costo”. La leadership iraniana sembra quindi orientata a una strategia di logoramento, consapevole che la sopravvivenza nazionale dipende dalla capacità di resistere agli attacchi diretti e indiretti.
Sul piano operativo, gli effetti civili della guerra sono già drammatici. Il capitano Tim Hawkins, portavoce del Comando Centrale statunitense, ha dichiarato di essere “a conoscenza di segnalazioni di danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso” e di prenderle “molto seriamente”, confermando che le indagini sugli incidenti sono in corso. Tuttavia, i dati della Croce Rossa e dei media locali delineano una tragedia umanitaria di larga scala, con scuole, quartieri civili e infrastrutture colpite.
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non appare più limitato a raid mirati o schermaglie strategiche. Ogni bombardamento, ogni missile, ogni città colpita indica un’escalation che rischia di trasformare l’intera regione in un teatro di guerra prolungata, con conseguenze politiche, militari ed economiche che travalicano i confini del Medio Oriente. La posta in gioco è alta: dalla sopravvivenza dello Stato iraniano alla sicurezza degli alleati statunitensi, fino alla stabilità energetica globale.
Se la “grande ondata” annunciata da Trump dovesse materializzarsi, il rischio di un conflitto su vasta scala e di lunga durata diventerebbe concreto, con conseguenze difficilmente controllabili da entrambe le parti.
