Il vertice NATO di Ankara si è concluso l’8 luglio con un copione a due facce. Al mattino Donald Trump ha attaccato duramente gli alleati per il mancato sostegno alla campagna militare contro l’Iran, riservando gli affondi più pesanti alla Spagna — definita “un partner terribile”, “senza speranza”, con la minaccia di interrompere ogni rapporto commerciale — e criticando anche l’Italia per l’uso limitato delle proprie basi durante l’operazione contro Teheran. Nel pomeriggio, però, il tono è cambiato radicalmente: dopo l’incontro a porte chiuse con i 32 leader, lo stesso presidente ha parlato di un’atmosfera di “amore” nella sala e ha derubricato tutto a “piccoli screzi”, ribadendo l’unità dell’Alleanza.

Il vertice NATO che si è tenuto ad Ankara il 7 e l’8 luglio 2026 passerà probabilmente alla storia non per un singolo comunicato o una singola decisione, ma per aver reso visibile un processo che da anni cova sotto la superficie della diplomazia atlantica: l’Europa non può più permettersi di delegare la propria sicurezza e continuare, allo stesso tempo, a pensarsi come mero spazio di regole e diritti.

Il Mondiale di calcio 2026, il più grande, inclusivo e universale della storia, per usare le parole del presidente FIFA Gianni Infantino, è cominciato all’Azteca di Città del Messico con una cerimonia trionfale. Peccato che nelle settimane precedenti il torneo avesse già scritto alcune delle sue pagine più istruttive, non sui campi di gioco ma negli aeroporti.

Nel sistema internazionale contemporaneo esistono entità politiche che, pur possedendo molti degli elementi tipici di uno Stato sovrano, non godono di un pieno riconoscimento da parte della comunità internazionale. Queste realtà vengono generalmente definite Stati de facto, una categoria che rappresenta una delle questioni più complesse e controverse delle relazioni internazionali moderne.

Quando si parla di Corea del Nord, si entra in uno dei contesti politici più particolari e controversi del mondo contemporaneo. Questo Paese dell’Asia orientale, confinante con Cina, Russia e Corea del Sud, è noto per il suo forte isolamento internazionale, il rigido controllo esercitato dallo Stato sulla popolazione e il ruolo centrale che le forze armate occupano nella vita nazionale.

In un sistema internazionale sempre più caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze, gli Stati cuscinetto diplomatici stanno acquisendo una rilevanza crescente. Questi Paesi, situati tra aree di influenza rivali o inseriti in contesti geopolitici particolarmente delicati, svolgono una funzione essenziale di equilibrio, dialogo e mediazione. Se in passato il loro ruolo era prevalentemente legato alla separazione militare tra imperi e blocchi contrapposti, oggi essi rappresentano veri e propri attori diplomatici capaci di favorire la stabilità regionale e di mantenere aperti canali di comunicazione tra potenze in competizione. Comprendere il significato e l’evoluzione degli Stati cuscinetto diplomatici consente di interpretare meglio le dinamiche della geopolitica contemporanea e le sfide del nuovo ordine multipolare.

A distanza di pochi mesi dalle elezioni presidenziali del marzo 2026, la Repubblica del Congo continua a presentare il volto di una stabilità politica che nasconde profonde fragilità economiche e sociali. La riconferma del presidente Denis Sassou Nguesso per un nuovo mandato ha consolidato ulteriormente un sistema politico dominato da decenni dalla stessa élite di governo, ma non ha dissipato le preoccupazioni relative allo stato della democrazia, alla situazione dei diritti umani e alle prospettive economiche del Paese.

Il ventunesimo secolo sta mettendo a dura prova l’architettura delle relazioni internazionali costruita dopo il crollo del blocco sovietico. Per oltre trent’anni in questa parte di Occidente abbiamo coltivato l’idea che il pianeta stesse lentamente convergendo verso un ordine regolato dal diritto, dalla trasparenza e dall’interdipendenza economica. L’Europa, cullandosi in questa convinzione, l’ha assunta quasi come una certezza amministrativa, dando per scontata l’idea che il commercio, la cooperazione normativa e la crescita dei legami economici avrebbero progressivamente azzerato il peso della forza materiale.